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5 Aprile 2026
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Dietro le quinte dell’Affruntata di Vibo, chi “svela” la Madonna: emozione, fede e paura di sbagliare (VIDEO)

Il racconto dei protagonisti nascosti: Francesco Comito e Raffaele Loriggio spiegano il rito più atteso della Pasqua vibonese tra tradizione, responsabilità e devozione

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C’è una Vibo Valentia che non si vede, che resta dietro le quinte, lontana dagli occhi della folla ma al centro del rito più atteso dell’anno. È lì che si consuma il momento più delicato dell’Affrontata, tra mani tremanti, fede incrollabile e una responsabilità che pesa come un macigno. A raccontarlo, in diretta dalla Chiesa, sono due protagonisti silenziosi: Francesco Comito, lo “svelatore” della Madonna, e Raffaele Loriggio, colui che la “chiama” nel momento decisivo.

Il gesto più atteso: “Svelo la Madonna da 23 anni”

Francesco Comito è uno di quelli che l’Affrontata non la guarda: la vive. È lui che, nel momento clou, compie il gesto simbolico per eccellenza: “svelare” la Madonna. “Io sono Francesco Comito, confratello dell’Arciconfraternita del Rosario di Vibo Valentia. Non mi considero una persona importante, ma è un ruolo importante perché da questo gesto dipende la buona riuscita dell’Affrontata”.

Un compito carico di storia e superstizione. Perché qui, a Vibo, nulla è lasciato al caso. “Una volta si diceva che se la Madonna non si svelava o si svelava in ritardo, poteva succedere qualcosa di brutto, qualche disgrazia”. Un racconto che sa di tradizione popolare, ma che ancora oggi amplifica il peso di quel momento.

La tensione prima del rito: “Fino all’ultimo respiro c’è emozione”

Comito svela la Madonna da 23 anni, ma l’emozione non si spegne mai. “È un momento di grande emozione. Anche se lo faccio da anni, fino a quando non vedo scendere il manto della Madonna, la tensione resta tutta”.

Un filo sottile tra fede e paura. Perché basta un attimo, un errore, e tutto può cambiare. “Quando il manto scende come una foglia e la gente esplode in applausi, in grida, allora mi sento sollevato. Finalmente la Madonna è svelata e tutto è andato bene”. È lì che si scioglie tutto: la tensione, la paura, l’attesa.

Il passaggio della tradizione: 40 anni nelle mani di una famiglia

Dietro quel gesto c’è anche una storia familiare. “Prima di me svelava mio suocero, Fortunato Mirabello. Lo ha fatto per 40 anni”. Un testimone che si tramanda, anno dopo anno, come un’eredità sacra. E accanto a lui, nella Chiesa, c’è già la protagonista: la Madonna del Rosario, custodita nella sua nicchia. “È lì, pronta per domenica. Ma finché non viene vestita a lutto, non possiamo aprire la nicchia”.

Il segnale decisivo: “Io chiamo la Madonna”

Se Comito è l’uomo del gesto finale, Raffaele Loriggio è quello del segnale. È lui che, con un movimento preciso, dà il via all’incontro. “Il mio ruolo è chiamare la Madonna. Alla terza volta, quando il priore abbassa la mano, io alzo la mia e la Madonna viene fuori”. Un gesto semplice solo in apparenza. Perché racchiude tutto il senso del rito. “È un momento di gioia, ma soprattutto di preghiera. È l’incontro tra la Madonna e il Cristo risorto, accompagnato da San Giovanni”. E anche per lui, come per tutti, la commozione è inevitabile. “Senz’altro mi emoziono”.

Una macchina perfetta: quattordici uomini per un rito antico

Dietro l’Affrontata non c’è solo spiritualità, ma anche organizzazione millimetrica. “I portantini sono dodici: quattro per San Giovanni, quattro per la Madonna e quattro per il Cristo risorto. Poi ci sono due di riserva, lo svelatore e chi chiama la Madonna: in totale siamo quattordici”. Un ingranaggio umano che deve funzionare alla perfezione. Senza margine di errore.

Un messaggio che va oltre il rito: “Serve pace”

Ma l’Affrontata non è solo tradizione. È anche un messaggio che guarda al presente. “Dobbiamo prepararci con la coscienza tranquilla e con un segno di pace. In un mondo pieno di guerre, la Pasqua deve significare pace per tutti”.

Parole semplici, ma che arrivano dritte al punto. Perché dietro la corsa delle statue, dietro l’applauso della folla, dietro quel manto che cade leggero, c’è molto di più. C’è l’anima di una comunità. E il lavoro silenzioso di chi, ogni anno, rende possibile tutto questo.

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