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15 Marzo 2026
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Calabria
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Fabio Macagnino incanta il Cilea: “Non ho ancora elaborato quella serata”. Il successo di Bioma diventerà un album live

Teatro gremito in un classico giorno d’inverno per il cantautore della Riviera dei Gelsomini. “Sul palco ero un ponte tra orchestra e tradizione”

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Riempire il Cilea di Reggio Calabria, uno dei teatri più belli d’Italia, non è facile per nessuno. Farlo in un lunedì sera d’inverno, poi, quando lo Stretto s’accascia sul mare per rifiatare qualche ora, dopo un weekend assolato e affollato, diviene un’impresa. Non per Fabio Macagnino, ‘u Mastru’, come alcuni allievi ed estimatori di tutte le generazioni lo chiamano nella sua adorata Riviera dei Gelsomini, culla di tante sue creature musicali che hanno radicato quel lembo nobile e magnogreco di Calabria perfino nell’immaginario nazionale. Perché Macagnino ce lo invidiano.

Fabio supera a pieni voti l’esame di maturità del grande teatro, che ne esalta una classe strumentale sopraffina (pazzesca l’intimità selvaggia e delicata, allo stesso tempo, con la sua chitarra) e consente, con la solennità del suo vaglio, di metterne a fuoco quegli autentici guizzi di lirica musicata. Perché in Bioma è tutto poesia: i testi, gli archi, i ragazzi del Movimento Terra, le smorfie, i sorrisi, il rispetto ricambiato di un palco così elegante che riesce a dar spettacolo anche quando è nudo.

Ah, il più bel giudizio sulla straordinaria performance di Macagnino me lo ha sussurrato all’orecchio la mia vicina di seduta: “Fabio è un tonante calcio in culo al provincialismo di vari amministratori regionali e comunali, i quali imbevuti come sono di miope tamarraggine, vanno a cercare lustrini e minchiate altisonanti fuori, quando qui hanno l’oro”.

Hai fatto uno sconcerto, te ne rendi conto o ancora non hai elaborato? Gente venuta lunedì sera da tutta la regione, e anche oltre, ha gremito il Cilea per vestire l’anima di te…

“A dire la verità credo di non aver ancora elaborato completamente quella serata. Quando sei sul palco vivi tutto in una specie di tempo sospeso: ascolti i musicisti, respiri con il pubblico, cerchi di restare dentro quello che sta accadendo. Solo dopo, con i giorni che passano, capisci davvero che cosa è successo. Sapere che tanta gente è arrivata da tutta la Calabria, e anche da fuori regione, mi emoziona molto. Però non penso mai a un concerto come a qualcosa che appartiene a una sola persona. Quella sera al Teatro Cilea io ero quasi al centro come un ponte simbolico tra due mondi: da una parte il mio gruppo, Movimento Terra, con strumenti che portano dentro anche la memoria della tradizione; dall’altra l’orchestra con il suo linguaggio classico. In mezzo c’era la voce che cercava di tenere insieme queste due correnti. Quando succede qualcosa di bello in un concerto è perché tutte queste energie trovano, anche solo per un attimo, lo stesso respiro.”

Bioma, il progetto partecipato da pubblico e musicisti, sarà presto un album, è così?

“Sì, Bioma diventerà un album. Il concerto del 9 marzo 2026 al Teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria è stato registrato dal vivo proprio con questa idea: trasformare quella esperienza in un disco che mantenga la vitalità di ciò che è accaduto quella sera. Lo spettacolo è stato prodotto da Publidema Eventi Musicali, grazie alla fiducia di Demetrio Mannino, con la direzione d’orchestra di Andrea Francesco Calabrese. È stato molto bello lavorare con l’orchestra e con musicisti che arrivano da percorsi diversi. Tra questi anche uno special guest straordinario, Ingolf Burkhardt alla tromba, storico membro della NDR Bigband di Amburgo. Le orchestrazioni sono state realizzate da Blanko Records col coordinamento musicale di Giuseppe Novella. Insieme alla mia band Movimento Terra abbiamo costruito un suono che nasce dall’incontro tra strumenti popolari e orchestra. La registrazione live è stata curata da Alessandro Luvarà e il progetto sarà pubblicato da HI_Qu Music con distribuzione ADA / Warner Music Italy. Mi piace pensare a BIOMA proprio come a un ecosistema musicale.”

Il concerto del Cilea ci ha donato un Fabio vicinissimo a tanti di noi: in un moto accelerato di cambiamento. I tuoi pezzi storici profumavano di freschezza adolescenziale, malgrado una maturità artistica e umana evidenti.

“Mi fa sorridere questa idea della freschezza adolescenziale. Forse perché cerco di non perdere mai la curiosità. Le canzoni, se sono vive, cambiano insieme a chi le canta e a chi le ascolta. Alcune le ho scritte molti anni fa, ma non mi interessa conservarle come reliquie. Ogni volta cerco di rimetterle in movimento, di farle respirare nel presente. In un progetto come BIOMA questo è stato ancora più evidente, perché quando le canzoni incontrano nuovi musicisti, nuovi arrangiamenti e un’orchestra intera, si aprono prospettive completamente diverse.”

Avrei voluto abbracciare tutti i tuoi musicisti per quanto ti sono stati complici, senza contare le straordinarie violiniste del Cilea che hanno aggiunto grazia e sostanza armonica al tutto. Dovresti sfruttarli di più gli archi.

“Hai ragione, i musicisti meritano davvero un grande abbraccio. Io ho la fortuna di lavorare con persone molto serie ma anche molto generose. Movimento Terra negli anni è diventato qualcosa di più di una band: è una comunità musicale. Al Cilea si è creato un equilibrio molto particolare tra la band e l’orchestra. Gli archi hanno aperto una dimensione sonora nuova, quasi una luce diversa sulle canzoni. È stato molto bello anche grazie al lavoro di orchestrazione e alla direzione musicale che hanno reso possibile questo dialogo tra strumenti così diversi. Credo che questo sia solo l’inizio di una strada che vale la pena continuare a esplorare.”

Esperia, canzuni duci duci, tanto per fare un esempio, ci restituiscono l’idea della importanza vitale dell’amore, anche di quello amicale, in un’epoca altamente tossica per il fluire dei sentimenti.

“Forse oggi parlare d’amore in modo semplice è quasi un gesto controcorrente. Viviamo in un tempo molto veloce, dove anche i sentimenti sembrano consumarsi rapidamente. A me interessa raccontare i legami umani nella loro fragilità e nella loro forza. L’amore non è solo quello romantico: è amicizia, presenza, cura reciproca. Molte canzoni nascono proprio da questo bisogno di custodire qualcosa di fragile, qualcosa che ci ricorda che restare umani è ancora possibile.”

Anche il tuo modo di affrontare il crepacuore, il trauma da distacco affettivo è un inno all’amore stesso, che ci fa e ci disfa, ecco perché val la pena di viverlo sempre.

“Credo che il dolore faccia parte dell’esperienza dell’amore. Non si possono separare le due cose. Quando ami davvero sai che qualcosa dentro di te cambierà. A volte l’amore costruisce, altre volte smonta. Ma in entrambi i casi ti costringe a guardarti dentro. Le canzoni spesso nascono proprio da lì: dal tentativo di dare una forma a quello che non riusciamo a spiegare fino in fondo.”

Volevo alzarmi dalla poltroncina per richiederti “Suli”, pezzo di intensità emotiva enorme, che ’ardura ’ di jonica. Perché non lo hai eseguito, i violini lo avrebbero fatto volare nel cielo di Reggio?

““Suli” è una canzone a cui sono molto legato. Però quando costruisci un concerto devi pensarlo come un percorso, con un equilibrio tra momenti diversi. Quella sera il concerto aveva una struttura precisa e, a un certo punto, bisogna fare delle scelte. Mi piace però l’idea che qualche desiderio resti sospeso. Così magari ci sarà un’altra occasione per farla volare davvero, magari proprio con gli archi, sotto lo stesso cielo dello Stretto.”

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