Come sempre, quando deve fare il giro dei clienti per portare loro la farina commissionata, Rocco Gatto prepara il furgone. All’alba. Sabato 12 marzo 1977 mette in ordine i sacchi destinati ai contadini della zona, prende con sé la doppietta e la cartucciera del cacciatore, e parte dal mulino a cilindri di via Gramsci per le varie destinazioni programmate. Rocco è solo. Si mette alla guida del furgone Fiat 241. Il percorso di lavoro prevede il transito di tutte le contrade “calde” della zona. Ovvero le località Cassarè, Ceravolo, Ligonia, Furno, Prisdarello. Tenete in mente Cessarè perché è lì che ha inizio questa storia. Dunque, il viaggio di lavoro di Rocco è un passaggio obbligato nel regno della ‘ndrangheta campestre, usa all’abigeato, all’invasione fraudolenta delle proprietà altrui, ai danneggiamenti come arma di pressione per indurre i proprietari a pagare il pizzo, dedita alle “semplici” invasioni letali per dimostrare chi è che comanda da quelle parti.
Come si svolsero la mattina del 12 marzo 1977
Rocco transita da contrada Armo, sulla provinciale Gioiosa Jonica-Roccella Jonica, alle 6,30. Sul breve rettilineo che immette in una curva, avviene l’agguato mortale. Da un cespuglio una rosa micidiale di lupara investe sul fianco sinistra il mugnaio di Gioiosa. Rocco riesce a controllare il mezzo per una sessantina di metri. Poi, morente, crolla tra le braccia di due contadini che, al rumore degli spari, accorsero subito aprendo lo sportello del furgone per tentare di aiutare il ferito. I soccorritori diedero l’allarme e subito arrivarono i Carabinieri. Perché Rocco Gatto fu ucciso? Perché odiava le ingiustizie. E fece una serie di cose che non doveva fare. Denunciò a lungo, nei giorni e nei mesi che precedettero l’esecuzione, le angherie mafiose. Fece molto di più: si rifiutò di pagare il pizzo alle ‘ndrine locali e, cosa gravissima per quell’ambiente, iniziò a collaborare con la giustizia. Un infame, sentenziò la ‘ndrangheta. Rocco ha 51 anni quando viene ucciso. Egli è il primo di dieci figli. Una vita difficile la sua. Deve badare a se stesso ma anche ai fratelli e alle sorelle. Le precarie condizioni economiche del padre, Pasquale, gli impediscono di andare oltre la quinta elementare. Ma Rocco si rivelerà un diligente autodidatta. Sveglio, curioso, diligente. Inizia a lavorare all’età di 11 anni aiutando il padre nel mulino di Pirgo di Grotteria. Poi lavora come dipendente in un altro opificio, alla fine, dopo tanti sacrifici, riesce a realizzarne uno tutto suo. Rocco ha una passione: quella di riparare orologi. Una dote che richiede pazienza e precisione. Sicché, all’interno del mulino, tiene un piccolo laboratorio per la riparazione degli orologi. Rocco Gatto è un comunista. Iscritto al Pci. Come il padre, Pasquale Gatto.

Un carattere poco incline alle sopraffazioni malavitose
Il carattere di Rocco, poco incline a subire le sopraffazioni malavitose, si declina in diverse situazioni. Non tace, non gira la testa dall’altra parte e, se sollecitato, dice la sua. Costi quel che costi. Perché l’uomo è fatto così. Ha un alto senso civico per i diritti e per i doveri. Un anno prima di morire Rocco dà un saggio della sua tempra di cittadino modello. E’ l’11 gennaio 1976 quando nella sala del ristorante Reale di Gioiosa Jonica si tiene un pubblico dibattito sul tema della mafia. E’ questo solo fatto è una cosa enorme. Infatti, Gioiosa Jonica sarà all’avanguardia per avere avuto dentro il suo ventre gli opposti, una mafia fastidiosa come una zanzara e un’antimafia dinamica. E’ in questo grosso centro della Locride che nasce il primo sciopero contro la ‘ndrangheta, dove è eletto il primo sindaco antimafia della Calabria, dove si sviluppa un dialogo sociale attraverso l’azione di un sacerdote che poi sarà espulso dalla Chiesa ufficiale. In quel microcosmo Rocco è la punta di diamante di una più complessiva presa di coscienza.
Mai pagherà le “mazzette”
Nella sala del ristorante Reale è presente una troupe televisiva guidata dal giornalista Fernando Cancedda. Sono intervistati gli amministratori del comune e semplici cittadini; tra questi Rocco Gatto, il quale dichiara che non ha paura della mafia e che mai pagherà “mazzette”. Si condensa nel dibattito un’avversione al clima opprimente che la mafia del luogo esercita quotidianamente sull’intera comunità. La televisione trasmette il servizio alle 20,40 del 23 gennaio dello stesso anno. L’impressione nel paese è grande. Si chiedono in molti: forse si è parlato troppo? Si è parlato quanto basta perché per indispettire le ‘ndrine locali. Tutti gli autori della “bravata” televisiva sono marchiati col timbro dell’infamia. I più audaci ricevono, pronta cassa, segnali di minacce. Facendo un passo indietro di due anni occorre anche ricordare il 26 dicembre 1974 una bomba rudimentale fu fatta esplodere nel mulino della famiglia Gatto provocando un principio d’incendio. In conclusione, il delitto Gatto fu, ed è tutt’ora importante, perché è stato il primo delitto eccellente di ‘ndrangheta.








