Eugenio Selvaggio si presenta con semplicità disarmante: giacca, cravatta, il portamento di chi sa dove si trova e perché. “Sono qui per caso, come visitatore, come confraterno di questa antica arciconfraternita”, dice. Ma il caso, in certi luoghi, non esiste. Chi entra nella Chiesa del Rosario di Vibo Valentia nel periodo pasquale sa perfettamente cosa lo aspetta. Selvaggio è uno di quei custodi silenziosi che ogni comunità ha bisogno: non un funzionario, non un tecnico del sacro, ma un uomo di fede vissuta, capace di stare davanti a sette statue del Seicento e trovare ancora le parole giuste.
Le Sette Vare: capolavori nati a Vibo
La prima cosa che Selvaggio tiene a sottolineare è l’orgoglio civico intrecciato alla devozione. Quelle statue non arrivano da fuori, non sono importate da botteghe napoletane o siciliane. Sono vibonesi. “Le Sette Vare sono la gioia di Vibo Valentia perché oltre ad essere belle statue sono state praticamente forgiate nella nostra città nel XVII secolo dalla famiglia Rubino — specialmente Ludovico, Giulio e Ludovico — che erano pittori e scultori. Una più bella dell’altra”. Sette opere d’arte che ogni anno escono dalla chiesa e camminano per le strade del capoluogo, portate a spalla, illuminate dalla notte. Un museo che respira.
Cristo alla colonna: la condanna di un innocente
Davanti al Cristo flagellato, Selvaggio non si sottrae alla storia. La racconta con precisione, con rispetto, con la voce di chi l’ha ascoltata tante volte da bambino e non ha smesso di trovarcisi dentro. “Gesù è stato legato alla colonna sotto Ponzio Pilato, che non avrebbe voluto condannarlo. Ma per fare piacere al Sinedrio di Caifa lo ha condannato. Al popolo ebraico dell’epoca fu data la scelta: condannare Cristo, che diceva di essere il figlio di Dio, oppure Barabba, un celebre ladrone delinquente. Pare che Gesù abbia subito cinquemila colpi. Qui ne vediamo qualcuno, come rappresentato dal Rubino”. Cinquemila colpi. Un numero che Selvaggio pronuncia senza enfasi retorica, e proprio per questo arriva più forte.
Ecce Homo: il re deriso con la canna
Poi c’è il momento dell’Ecce Homo, la vara forse più politica, quella che racconta il meccanismo eterno del potere che umilia il giusto. “Siccome Pilato aveva sentito che Gesù si era proclamato re dei Giudei, per dargli quella visibilità che un re avrebbe, gli ha messo la corona di spine, il mantello rosso e la canna come scettro. Deriso ancora una volta“. Corona di spine al posto dell’oro. Canna al posto dello scettro. Il sarcasmo del potere contro chi non si piega. Una scena del I secolo che Selvaggio racconta come se fosse accaduta ieri — perché in fondo, osserva chi ascolta, continua ad accadere.
Il Cristo Giacente: “La morte significa vita”
Il silenzio più pesante cade davanti al Cristo Morto, adagiato sulla lettiga. Nessuno sfarzo, nessuna scenografia. Solo un corpo. “Il Cristo morto dice tutto. Raggiato su una semplice lettiga, senza sfarzo. Ormai prima di morire ha detto al Padre: tutto è compiuto”. Poi Selvaggio alza lo sguardo e aggiunge la chiave di tutto: “La morte, tra l’altro, significa vita. Secondo le Sacre Scritture la morte di Gesù ha dato vita alla redenzione del mondo”. Una teologia di poche parole, netta come una lama. Quella che non ha bisogno di spiegazioni.
La responsabilità di tramandare
Selvaggio non è un nostalgico. Non rimpiange un passato perduto. Sa che quella tradizione vive solo se qualcuno se ne fa carico, ogni anno, con lo stesso abito, la stessa cura, la stessa presenza. “Di fronte a questi simulacri c’è solamente da commuoversi e da stare in preghiera. Cercare di tramandare ai posteri quello che noi abbiamo ricevuto dai nostri avi”. Una frase che vale come un testamento. E come un impegno.









