Come si diventa giornalista? Una volta, chi aveva velleità politiche e non riusciva a fare carriera in quel campo, tentava la strada o del sindacalismo o del giornalismo. Oggi è tutto diverso. Ci sono scuole specializzate e studi particolari per soddisfare chi ha il “fuoco” del giornalismo e non può farne a meno. Qualcuno – en passant – ha tentato la carriera giornalistica dopo aver visto il film “Quarto potere”, interpretato nel 1941 da Orson Welles.
Un testo prezioso dal ritmo travolgente
Oggi si riparla dell’artista americano, morto a Los Angeles nel 1985, perché è stato pubblicato un suo romanzo inedito “Un pezzo grosso” (La Nave di Teseo, 2026 – Traduzione di Alberto Pezzotta con testi di Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti), pubblicato soltanto in Francia nel 1953 ma in un’edizione rimaneggiata. Il manoscritto del romanzo di Orson Welles è stato a lungo ritenuto perduto e da poco riscoperto, è un testo prezioso dal ritmo travolgente. Con una girandola di equivoci e colpi di scena, tra dialoghi affilati e situazioni assurde, ammiragli grotteschi, vescovi filosofi, multinazionali delle bibite potentissime, elezioni farsa, spie immaginarie e amori improvvisi, sotto la sua superficie brillante nasconde una satira lucidissima e spietata del potere, del capitalismo globale e delle sue maschere messe alla berlina dall’affilata ironia e intelligenza dell’Autore. Non tutti ricordano che Orson Welles giunse in Italia nel 1947 e vi rimase sino al 1953. I documentari di Welles (o su di lui) hanno esplorato realtà meridionali, come la rivolta dei migranti a Rosarno. Orson ebbe una storia sentimentale con l’attrice italiana Lea Padovani che fu l’unica donna che gli fece perdere la testa. E il regista/attore americano per vendicarsi di non averlo voluto come marito la definì “spoon faced”, quella con la faccia a forma di cucchiaio.
Nuovi stimoli
Lasciandosi alle spalle una Hollywood che non lo capiva più, era venuto in Italia a cercare nuovi stimoli in un paese prostrato dalla miseria del dopoguerra, con cui aveva in comune almeno una cosa: l’orgoglio di chi cerca di rialzarsi dalla polvere. Fu subito idillio: Welles dichiarò di essersi fatto adottare dalla Città Eterna e prese casa a Fregene; strinse accordi con case di produzione piccole e grandi, fece la corte alle italiane, ma l’Italia non lo volle. Insomma, fra alti e bassi, Welles fece base a Roma per sei anni. Poi si arrese e ripartì. Lea Padovani ebbe, come detto, una folle storia d’amore con Orson Welles. A tal proposito la giornalista de “La Stampa”, Simonetta Robiony, scrisse nella monografia curata dal nostro Antonio Panzarella: “Ma la vera storia d’amore che più fece scalpore sui giornali quella con Orson Welles. Welles – racconterà anni dopo la stessa attrice – era un cultore della bellezza femminile italiana, e lei era una tipica bruna mediterranea. Lui s’innamorò al primo incontro, sottoponendola a un corteggiamento implacabile e plateale. “Mi arresi – diceva Lei Padovani – perché era un uomo al quale non si poteva opporsi”. Nel ’51 Welles la volle sul set di “Otello” ma lei dopo qualche settimana lo abbandonò perché si era innamorata di un altro. Humphrey Bogart disse che era stata la sola donna a lasciare Welles”.
Uomo se non gentiluomo
Sulla vicenda Welles-Padovani per l’”Otello” interrotto scrisse anche il critico del Corriere della Sera Tullio Kezich: “E proprio la crisi sentimentale fra Orson e Lea segnò il primo amplexus interruptus di “Otello”. Il regista ne parla senza veli nel libro della Leaming, dove la Padovani non viene nominata se non come “spoon faced”. Trascurando di dire che subito dopo la loro rottura Lea trionfò sulle scene di Londra con “La rosa tatuata”, alla quale fece seguito l’importante film “Cristo fra i muratori”. Orson guardava Lea come Otello guarda Desdemona quand’è intossicato dalle calunnie di Jago. Precisa che la signora aveva un altro amante nella troupe, si autocommiserava alla Falstaff come “il più gran cornuto d’Italia” e arrivava a spregiare l’unica notte di passione che gli riservò l’infelice soggiorno veneziano. Ricordato con rabbia, l’antico frammento di vita amorosa umanizzò il nostro eroe: uomo se non gentiluomo, Orson ammise di aver perso per amore il controllo della situazione. Ma da allora le riprese vere e proprie, che dal gennaio ‘49 si prolungarono a pezzi e bocconi fino al marzo ‘50, subirono le più defatiganti vicissitudini solo per mancanza di denaro. Niente genio e sregolatezza, niente assenze ingiustificate: Welles aveva tutto il film stampato nella testa, il che gli consentì di azzardare i raccordi più acrobatici. Seppe fare di necessità virtù dando vita giorno per giorno a un esemplare manifesto del cinema poverista: ridusse il testo a un’ora e mezzo, fece vedere una tempesta che non c’era, lasciò piovere la luce di mezzogiorno sulla scena dell’ubriacatura di Cassio a mezzanotte, copiò Ejzenstein e Dreyer”.

Il nuovo amante di Seraphina
Sull’interpretazione di Lea nei teatri inglesi ci fu anche il commento di Giorgio Porro: “Lea è una miniaturista: con una delicatezza di dettaglio che si può frettolosamente scambiare per pedanteria, essa rivela magistralmente l’insicura, solitaria, donna bambina che giace rannicchiata nel suo animo di lussuriosa popolana. Solo con un’interpretazione così calibrata può l’ultimo atto possedere una qualsiasi validità. Il nuovo amante di Seraphina è uno scentrato, uno stupido, un clown che ha paura delle donne. Il defunto marito era invece un satiro che non se ne faceva scappare una. Accettare quello che dopo questo sarebbe stata un’insensata degradazione. Ma Williams col suo testo, la Padovani, con la sua recitazione e (presumibilmente) Wanamaker con la sua regia, raggiungono nella scena finale un necessario, enorme diradarsi di tensione. E questo perché Seraphina ha finalmente abbandonato il suo mondo di fantasticherie e ha accettato qualcosa di reale e di tangibile, anche se mediocre, al posto di una perfezione illusoria”. Nell’esegesi dell’attrice fatta dalla Robiony si legge: “Per il cinema una come Lea Padovani era un’eccezione: non era una ragazza uscita dai concorsi delle miss come si usava nel dopoguerra, né una favorita del regime come se n’erano viste durante il fascismo, e neppure una faccetta candida da telefoni bianchi. Lea Padovani aveva un volto autentico e naturale, unito a un temperamento combattivo. Allora di attrici c’era solo Anna Magnani; e a lei la Padovani era paragonata di frequente, in quegli anni. Le cronache rosa di quel tempo sottolineavano ancora di più questo confronto perché si diceva che proprio per Lea, Massimo Serato, avesse abbandonato Anna”.
Il movimento neorealista
E sulla rivalità tra le due attrici c’è la testimonianza di Carlo Lizzani che, riferendosi a Lea, ricordò: “Certo, la sua carriera fu poi messa a dura prova, da una parte dalla presenza sugli schermi di un talento straordinario come quello di Anna Magnani, e dall’altra dall’irrompere nel cinema di talenti che erano accompagnati da un fisico più esplosivo, come quello di Silvana Mangano, di una Gina Lollobrigida, di una Pampanini, e presto di una Loren. Stretta in questa morsa, non fu facile, per Lea Padovani mantenere un prestigio che si era, con fatica, andata guadagnando, e lasciare il suo sigillo impressi nell’atlante di volti e talenti che il movimento neorealista stava via via rivelando. Tuttavia Lea Padovani resta, ancora oggi, per chi si avvicina con lo studio e la riflessione, a quel movimento, un punto di riferimento ineludibile”.









