L’economia italiana si ritrova a fare i conti con un incubo che riporta la memoria alle fasi più acute della crisi del 2022. In un arco temporale di appena sei mesi, il comparto del commercio, del turismo e della ristorazione si trova costretto a farsi carico di oltre un miliardo di euro di costi aggiuntivi. A guidare questa nuova fiammata è una combinazione tra la crescita delle quotazioni delle materie prime e il picco di consumi registrato durante i mesi estivi. Tra luglio e settembre, infatti, l’impiego massiccio dei sistemi di climatizzazione ha spinto la domanda di energia del 15% oltre i livelli della primavera. Il quadro complessivo tracciato dall’indagine svolta da Confcommercio insieme al CER prospetta una spesa energetica trimestrale destinata a sfiorare la soglia dei 2,9 miliardi di euro per l’intero settore. La distribuzione degli extra-costi previsti per la seconda metà del 2026 colpisce duramente le varie componenti del tessuto produttivo. Il commercio al dettaglio sostiene la quota più pesante con circa 494 milioni di euro di esborsi integrativi. Seguono la ristorazione con una stima di 207 milioni, il comparto alberghiero e ricettivo con 164 milioni, i bar con 111 milioni e la grande distribuzione organizzata con ulteriori 50 milioni di euro.
L’effetto domino sui consumi e la minaccia di uno stop alla crescita
L’impatto economico di questo rialzo rischia di travalicare i confini delle singole attività commerciali e di estendersi all’intero sistema paese. Secondo una simulazione elaborata dall’Ufficio studi di Confcommercio su uno scenario peggiorativo — ipotizzando una quotazione del petrolio Brent stabilmente ancorata a 140 dollari al barile per il 2027 — le conseguenze macroeconomiche appaiono severe. In questo contesto, l’inflazione subirebbe una spinta all’insù di 0,7 punti percentuali, mentre le spese reali delle famiglie registrerebbero una contrazione dello 0,5%. Per i nuclei familiari questo calo equivale a una rinunzia media di 250 euro, con un impatto aggregato sui consumi pari a 6,5 miliardi di euro. L’effetto sulla crescita del Prodotto interno lordo si tradurrebbe in un freno di 0,3 punti percentuali, una flessione capace di riportare la dinamica economica nazionale su ritmi estremamente contenuti.
Lo spread energetico che penalizza l’Italia rispetto ai partner europei
Alla base dell’accentuata fragilità italiana si colloca un forte divario nei costi energetici rispetto alle principali economie del continente. Alle soglie di settembre 2026, il Prezzo unico nazionale dell’energia elettrica ha fatto segnare un incremento del 73,3% confrontato con la media del 2025, attestandosi su livelli superiori del 271,1% rispetto al periodo antecedente la pandemia. L’industria e i servizi italiani continuano così a pagare un vero e proprio spread energetico nei confronti dei rivali europei. Il valore all’ingrosso dell’elettricità in Italia risulta superiore di 65,3 euro al megawattora rispetto alla Germania, di 67,2 euro rispetto alla Spagna e di 69,4 euro rispetto alla Francia. A complicare il quadro intervengono i rialzi registrati sul mercato delle materie prime a settembre 2026: il gas naturale sul circuito europeo Ttf ha subito un balzo del 161,2% su base annua, mentre il petrolio ha registrato un progresso del 55,7% da inizio anno e del 62,6% rispetto ai dodici mesi precedenti.
Le debolezze strutturali: il nodo gas, il ritardo green e la zavorra fiscale
L’indagine condotta da Confcommercio e CER evidenzia tre fattori strutturali che rendono l’Italia maggiormente esposta agli shock internazionali. In primo luogo figura l’elevata dipendenza dal gas naturale per la produzione elettrica. Nel 2025, il 43,7% dell’elettricità nazionale è stata generata da centrali a gas, a fronte del 18,2% registrato in Spagna, del 17,6% in Germania e del 3,2% in Francia. Ogni oscillazione al rialzo del metano finisce quindi per trasferirsi direttamente sui prezzi finali italiani. A ciò si aggiunge il meccanismo europeo del prezzo marginale, per cui l’impianto più oneroso necessario a coprire la domanda fissa il prezzo per la totalità dell’energia erogata. Il secondo elemento risiede nel ritardo sulle fonti rinnovabili: pur coprendo il 50% della produzione elettrica nazionale, l’Italia rimane al di sotto dei livelli raggiunti da Spagna (56,9%) e Germania (56,3%). Il terzo fattore riguarda la pressione tariffaria e fiscale. Tra il 2021 e il 2025, le componenti fiscali e gli oneri di sistema sulle bollette italiane sono aumentati del 33,9%, in controtendenza rispetto ai cali dell’11,7% in Spagna e del 22,6% in Germania. Tale incremento spiega da solo circa un terzo del rincaro complessivo sostenuto dagli utenti italiani.
La posizione di Confcommercio e le proposte per il contenimento dei costi
Di fronte a questa situazione, il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli ha espresso forte preoccupazione per le ripercussioni sul tessuto economico, dichiarando che il peggioramento del contesto internazionale e la crescita continua dei costi energetici mettono in grave difficoltà le imprese e riducono la fiducia delle famiglie, rendendo indispensabile evitare che tali rincari gravino interamente sulle bollette. L’associazione di categoria sollecita l’adozione tempestiva di incentivi fiscali dedicati all’efficienza energetica e una nuova riduzione degli oneri di sistema per alleggerire la pressione nell’immediato. Parallelamente, vengono indicati interventi a lungo termine finalizzati ad accrescere l’autonomia energetica. Tra le linee di azione proposte figurano l’accelerazione negli investimenti sulle fonti rinnovabili, la valutazione del nucleare sostenibile, la riduzione della dipendenza dal gas, unitamente al potenziamento delle reti di distribuzione e dei sistemi di accumulo. Confcommercio rimarca infine la necessità di riformare il sistema europeo di determinazione del prezzo dell’elettricità e di favorire i contratti di acquisto aggregati per permettere alle aziende di stipulare forniture a prezzi stabili.













