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9 Maggio 2026
9 Maggio 2026
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Dipendenti pubblici, pensione piena sempre più lontana: “Serviranno oltre 49 anni di lavoro”

Secondo uno studio della Cgil, alcune categorie di dipendenti pubblici rischiano di dover prolungare la carriera per evitare riduzioni dell’assegno pensionistico. A incidere le modifiche introdotte negli ultimi anni

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Per molti lavoratori del pubblico impiego la possibilità di accedere a una pensione senza penalizzazioni economiche rischia di allontanarsi sempre di più. È quanto emerge dalle simulazioni elaborate dall’Osservatorio previdenza della Cgil, che punta l’attenzione sugli effetti delle riforme introdotte negli ultimi anni e sulle conseguenze per alcune categorie di dipendenti statali.

Secondo il sindacato, le nuove regole avrebbero reso più difficile l’accesso alla pensione anticipata, costringendo diversi lavoratori a prolungare notevolmente la permanenza in servizio pur di evitare tagli all’assegno previdenziale.

Le categorie interessate dalle nuove regole

Lo studio prende in esame i dipendenti pubblici iscritti alle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug, che comprendono personale degli enti locali, sanitari, insegnanti di asili e scuole elementari parificate e ufficiali giudiziari. La platea coinvolta sarebbe composta da circa 700mila persone.

Le conseguenze più pesanti riguarderebbero soprattutto i lavoratori inseriti nel cosiddetto regime misto, cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996 e che quindi rientrano sia nel sistema retributivo sia in quello contributivo.

Tagli agli assegni e tempi più lunghi per lasciare il lavoro

Tra gli aspetti contestati dalla Cgil c’è il taglio delle aliquote di rendimento introdotto nel 2023, che incide direttamente sull’importo della pensione per chi sceglie l’uscita anticipata dal lavoro. In base ai calcoli del sindacato, un dipendente con uno stipendio annuo di circa 30mila euro potrebbe perdere da mille fino a oltre 6mila euro all’anno sull’assegno pensionistico, con una riduzione complessiva che nel corso della vita potrebbe superare i 100mila euro.

A pesare ulteriormente sarebbero anche le modifiche alle finestre mobili, cioè il periodo di attesa necessario tra il raggiungimento dei requisiti pensionistici e l’effettiva decorrenza della pensione. Negli ultimi anni il tempo di attesa è stato progressivamente aumentato e dal 2028 potrebbe arrivare fino a nove mesi.

L’aumento dell’età pensionabile

Secondo la Cgil, un ulteriore elemento di criticità riguarda l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Gli incrementi previsti nei prossimi anni potrebbero portare entro il 2050 il requisito per la pensione di vecchiaia fino a 69 anni, mentre per la pensione anticipata servirebbero quasi 45 anni di contributi.

Le simulazioni della Cgil

Nella simulazione elaborata dal sindacato viene preso in considerazione il caso di un lavoratore che avrebbe iniziato a lavorare nel 1987 all’età di 19 anni. Secondo i calcoli, il dipendente raggiungerebbe i requisiti per la pensione anticipata nel 2031, ma tra finestra mobile e penalizzazioni economiche sarebbe costretto a restare al lavoro più a lungo.

Per ottenere una pensione senza decurtazioni dovrebbe infatti attendere il raggiungimento della pensione di vecchiaia nel 2036, arrivando così a maturare 49 anni e due mesi di contributi.

Un secondo esempio riguarda invece un lavoratore entrato nel mondo del lavoro nel 1993 all’età di 21 anni. Anche in questo caso, per evitare riduzioni dell’assegno pensionistico, il dipendente dovrebbe continuare a lavorare fino al 2040, raggiungendo circa 47 anni e otto mesi di contributi complessivi.

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