“La grande preoccupazione per la Calabria è che possa esserci un rallentamento negli scambi nei mercati dell’area del Mediterraneo su cui, invece, negli ultimi anni avevamo recuperato terreno”.
Così il presidente di Unindustria Calabria, Aldo Ferrara, commenta i possibili effetti economici del conflitto in Medio Oriente sull’economia regionale.
“Il clima che si respira è di grande preoccupazione. Ciò che sta avvenendo in Medio Oriente non può che creare grande apprensione. In un quadro internazionale già complesso, segnato da conflitti e dal tema dei dazi, adesso aumenta ulteriormente la complessità”.
Lo Stretto di Hormuz e il rischio shock petrolifero
Ferrara richiama l’attenzione sul ruolo strategico dell’Iran, tra i primi dieci produttori di petrolio al mondo e controllore dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre il 20% dell’offerta petrolifera globale.
“È chiaro che questo produce inevitabilmente uno shock sull’offerta e sul prezzo del petrolio, con oscillazioni e volatilità su tutti gli altri mercati”.
Secondo il presidente degli industriali calabresi, la durata del conflitto sarà determinante: “Qualora il conflitto durasse poco, anche gli effetti sarebbero contenuti. Se invece dovesse prolungarsi e regionalizzarsi, le ripercussioni in campo energetico sarebbero inevitabili. L’energia rappresenta una delle principali voci di costo per un Paese manifatturiero e privo di materie prime come il nostro”.
Export raddoppiato dal 2021, ora il timore di uno stop
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il possibile rallentamento degli scambi commerciali nell’area del Golfo.
“La Calabria ha un export ridotto rispetto ad altre regioni, ma dal 2021 lo ha raddoppiato ed è proprio in quell’area che avevamo iniziato a guardare con interesse”, spiega Ferrara.
Tra i comparti più esposti figurano agroalimentare, meccanica e prodotti chimici, settori che avevano trovato nel Medio Oriente un mercato alternativo rispetto alle tensioni generate dalle misure protezionistiche statunitensi.
“Il Medio Oriente si stava configurando come un mercato alternativo e di grande importanza. L’ampliamento dei rapporti commerciali stava dando i primi risultati. L’obiettivo ora è evitare che vengano vanificati”.
I settori più vulnerabili
Secondo Ferrara, i comparti maggiormente a rischio sono quelli che avevano consolidato la propria presenza nell’area dal 2021.
“Sono i mercati più esposti perché consolidati e in crescita. Sarebbero potuti diventare una testa di ponte per altre produzioni. È evidente che se il conflitto dovesse durare a lungo, tenuto conto delle rotte aeree e marittime, potrebbe esserci un rallentamento della crescita su quei mercati”.








