I suoi occhioni di brace fissano le pagine di un libro di Marina Nemat, ma ogni tanto si frangono sul finestrino della Freccia che corre lungo la tratta Napoli–Reggio Calabria.
È grazie a un lampo di riflesso del suo sguardo su quella porzione di vetro, che spesso diviene per pochi intensi secondi specchio, che riesco a connettermi, prima emotivamente, poi visivamente con lei.
Parisa è una donna di mezz’età, nata a Qom, in Iran, dove la sua tranquilla infanzia fu spezzata dalla rivoluzione khomeiniana, che ne imprigionò il padre e il nonno.
Entrambi si portavano dietro la colpa di aver ricoperto ruoli nelle burocrazie persiane ai tempi dello Scià; entrambi morirono di stenti e torture nelle carceri degli Ayatollah. Fu grazie alla tenacia della madre e di uno zio che Parisa, insieme ai suoi due fratelli appena nati, riuscì a fuggire dal proprio Paese e, nel volgere di poco tempo, a riparare in quella Francia che pur aveva benedetto la rivoluzione khomeiniana, non in solitaria, a dire il vero.
Da allora, tanto peregrinare nel cuore dell’Europa, ma anche a sud: Spagna, Grecia e Italia, dove trovò l’amore, in riva allo Stretto. Parisa è ormai una persiana di Calabria, che sorride mentre incespica nel dialetto reggino.
Ma dove trovi l’ironia in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo?
“Nessuna ironia, cerco di spezzare l’angoscia che ho dentro. Vedi, io non riesco a gioire per la morte di Khamenei e dei quasi 50 gerarchi del regime impadronitosi da 47 anni, perfino dell’anima del mio Paese, violandola, plagiandola di continuo. La guida suprema era da tempo un morto che camminava; aveva già comunicato minuziose disposizioni sul dopo di lui al regime, che saranno attuate, non senza nuovi spargimenti di sangue.
Ed è questo ciò che mi turba: la ripresa della ferocia contro la popolazione giovanile delle principali città già provate dai quasi 40 mila morti dei moti di protesta dei primi dell’anno”.
Il regime è stato però decapitato, questo significherà qualcosa?
“Certo, sono stati eliminati alcuni dei più sanguinari leader della cosiddetta rivoluzione, ma la catena di comando, per quanto provata, è talmente codificata e ramificata che non si può gridare vittoria. Quello iraniano non è un regime del capo assoluto, ma dei capi, altamente burocratizzato e capace di autorigenerarsi. Ripeto, ciò non significa che non abbia patito i violenti colpi inferti dagli attacchi dell’alleanza Usa-Israele. Lo stesso Trump ne è consapevole quando annuncia di voler avviare un confronto con i “nuovi”, ma non ci sono nuovi, sono sempre esponenti delle prime e delle seconde linee della teocrazia, impermeabili a intrusioni dall’esterno. È questa la particolarità della situazione”.
Se è così, potrebbe anche esservi il rischio che i successori degli alti dirigenti eliminati dai raid di sabato scorso siano addirittura peggio dei predecessori?
“È una possibilità, ma ce n’è un’altra”.
Quale?
“Veda, l’azione di intelligence congiunta Mossad-Cia, che ha nei fatti spianato il terreno per l’intervento chirurgico ai danni dei gerarchi, sul piano psicologico ha devastato le linee di comando, tanto a Teheran quanto nella periferia, dove non si contano i collaborazionisti persiani, anche altolocati, delle unità speciali e degli informatori israelo-americani.
Il messaggio di certe spettacolari uccisioni è chiaro: sappiamo chi siete, dove siete e, soprattutto, dove andrete a nascondervi. I servizi segreti puntano molto sugli effetti psicologici a lunga durata delle loro missioni. Dall’altra parte, anche gli uomini del regime hanno famiglia…”
Considerando che nessun regime change si è mai avuto con le sole bombe sganciate dall’alto, cosa potrebbe succedere?
“Trump si è dato un mese di tempo, perché dal punto di vista militare sa che le difese aeree iraniane, già fiaccate dall’intervento bellico di giugno scorso, hanno i giorni contati.
Tuttavia, se non inizia un’offensiva diplomatica sotterranea con i successori dei capi eliminati, il rischio è quello di un pericoloso stallo. Bisogna capitalizzare immediatamente i dubbi che la nuova leadership di Teheran comincia a nutrire in merito alla linea dura ereditata da Khamenei. E bisogna farlo subito, prima che i falchi, adesso indeboliti, riprendano forza e vigore. Nelle attuali condizioni non ci si può attendere una rivoluzione popolare, specie dopo il massacro di gennaio, ma un cambiamento di linea dall’interno.
Una intelaiatura di quasi 50 anni non puoi pensare di farla fuori in poco tempo.
Così come non puoi permetterti di ripetere i tentativi di esportazione della libertà, clamorosamente falliti in Iraq e in Afghanistan. Bisogna addolcire il regime e traghettarlo con la forza della negoziazione verso posizioni accettabili”.
Come si vive dalla “sua” Calabria questa situazione?
“Con profonda preoccupazione, ma anche con speranza. Tra connazionali che vivono in Italia c’è un legame fortissimo, alimentato dal confronto ma anche dalla solidarietà.
La Calabria e i calabresi fanno sentire la loro passione verso di noi e questo ci rende molto fieri di abitare nella vostra terra”.









