Se fossero stati 150, anziché 15, i seggi distribuiti in città, sarebbero stati tutti partecipati allo stesso modo. Perché le primarie, in fin dei conti, sono una festa. Dopo certe giornate, conta poco, davvero poco il prescelto.
La brama di partecipazione
Vale tanto, invece, l’affluenza, più che ragguardevole, spontanea e indicativa di quella brama di partecipazione che esiste, non solo nei ‘quartieri popolari’ del centrosinistra’, a lungo ignorati dalle nomenclature, ma nella società civile in genere, vogliosa di dire la sua, a partire proprio dalla scelta del candidato che dovrà sfidare la front woman o il front man del centrodestra reggino. Mimmo Battaglia vince le primarie dello Stretto, ma è il metodo che torna a fare notizia, nonostante la mancata partecipazione del M5s, che un’occasione del genere doveva divorarsela, non ignorarla. Tuttavia, chi è prigioniero della democrazia telematica, avendo il pallino delle “comunarie”, “provinciarie”, “regionarie”, “parlamentarie” e minchiate discorrendo, a volte non afferra il valore della democrazia di carne e di sangue, che ha un sapore diverso, altro che i click. Schiacciate dalle pieghe ingiallite dei proclami veltroniani, che dal Lingotto un ventennio fa dovevano aprire una nuova era nel rapporto tra politica ed elettori, le primarie resuscitano a Reggio Calabria in modo fragoroso e, c’è da scommetterci, non rimarranno un fatto limitato al capoluogo calabrese più meridionale.
Il senso della lezione reggina
La lezione reggina, come già la chiamano in tanti, non avrebbe senso, infatti, se Nicola Irto non la estendesse anche ai futuri teatri. E varrebbe poco se Elly Schlein, spesso a trazione nordista, non la tenesse nella debita considerazione. Le primarie, ieri eccezionali, devono diventare la regola del domani, specie nei contesti più ampi, dove la dialettica, che sconfina sovente nel litigio fra pavoni rossi (com’è accaduto a Lamezia Terme la scorsa primavera) tra partiti e movimenti di area progressista è difficile che arrivi ad una sintesi, se rimane confinata al confronto tra pochi dirigenti .
Capire in ritardo, ma capire
I verdetti della scrematura democratica sono, al contrario, risolutivi e ostinati, vedi quello del 2014 che regalò la nomination a Mario Oliverio ai danni dell’allora immaturo sfidante Callipo. È per questo che negli anni la prima scrematura democratica è stata messa sostanzialmente in soffitta: per evitare sorprese di popolo, responsi capaci di riflettere il sentire reale e, soprattutto, il rischio di esclusioni eccellenti. Il Pd, per adesso solo Reggio, ha capito con ritardo che è destinato a diventare robetta se non restituisce dignità al suo principale elemento costituitivo: le primarie. Ma, come suol dirsi, meglio tardi che mai.









