Ad Amendolara il tempo sembra essersi fermato al giorno dell’orrore. I corpi dei quattro braccianti morti nella strage della stazione di servizio sono ancora custoditi nell’obitorio del cimitero comunale. Si chiamavano Waseem Khan, Pashtun Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad. Quattro giovani vite spezzate lontano dalla terra d’origine, tra Pakistan e Afghanistan, e consegnate ora alla memoria di una comunità che si è ritrovata improvvisamente al centro di una tragedia nazionale.
Le salme non sono state ancora reclamate dai familiari. Secondo quanto emerso, nessuno si sarebbe fatto avanti attraverso i canali istituzionali e, al momento, non sarebbero arrivate richieste ufficiali dai parenti residenti in Pakistan e Afghanistan. Anche per questo la data delle esequie non è stata ancora fissata.
Le salme sotto sequestro
I corpi dei quattro braccianti restano ancora sotto sequestro dell’autorità giudiziaria. È questo il primo vincolo che impedisce di definire con certezza il giorno dell’ultimo saluto. La sindaca di Amendolara, Maria Ciardi, ha spiegato che ufficialmente non sono arrivate comunicazioni da parte dei familiari delle vittime. In un primo momento era stata indicata la possibilità di attendere alcuni giorni per consentire ai parenti di farsi vivi. Poi, in assenza di comunicazioni, sarà il Comune a farsi carico dell’organizzazione delle esequie e delle spese necessarie per garantire ai quattro lavoratori una degna sepoltura. Non c’è ancora una data ufficiale. L’unico elemento certo è che il funerale si terrà ad Amendolara, secondo il rito islamico, nel rispetto della fede musulmana delle vittime.
L’ultimo saluto con rito islamico
Le esequie potrebbero svolgersi tra il 14 e il 15 giugno, ma la data resta subordinata agli adempimenti dell’autorità giudiziaria e all’eventuale arrivo di comunicazioni dai familiari. La cerimonia sarà guidata da un Imam e potrebbe tenersi all’aperto, vista la partecipazione attesa. Le piccole moschee del comprensorio difficilmente potrebbero accogliere amministratori, rappresentanti sindacali, associazioni, volontari e cittadini che intendono partecipare al momento di preghiera. Per questo prende corpo l’ipotesi di una cerimonia nella piazza principale del paese o nell’area cimiteriale, dove l’ultimo saluto potrebbe assumere il valore di una commemorazione collettiva. Alla cerimonia è annunciata anche la presenza del vescovo di Cassano all’Jonio, monsignor Francesco Savino. Un segno di vicinanza e dialogo che, davanti alla morte, supera ogni appartenenza religiosa e richiama una sola dimensione: quella della pietà umana.
L’inchiesta e il ruolo dell’azienda agricola
Mentre Amendolara attende i funerali, l’inchiesta della Procura di Castrovillari prosegue. Dopo la convalida dei fermi dei due presunti caporali pakistani, che restano in carcere, gli investigatori stanno lavorando sul movente e sulle condizioni in cui vivevano e lavoravano le vittime. La lente degli inquirenti si concentra ora sull’azienda agricola nella quale i quattro braccianti erano impiegati. L’obiettivo è verificare in che modo fossero stati assunti, quali fossero le condizioni di lavoro e se vi fossero eventuali irregolarità. Un passaggio decisivo per capire se dietro la tragedia ci fosse soltanto una vicenda criminale legata ai contrasti con i caporali o anche un contesto più ampio di sfruttamento lavorativo. Secondo la ricostruzione emersa, i quattro sarebbero stati uccisi dopo avere protestato rivendicando i propri diritti. Una frase tracciata sull’asfalto, “mai più schiavi”, è diventata il simbolo di una tragedia che interroga non solo la giustizia penale, ma anche la coscienza civile della Calabria.









