Associazione mafiosa di tipo ‘ndranghetista, estorsione aggravata, accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti e trasferimento fraudolento di valori. La Dda di Catanzaro ha chiuso le indagini su capo e gregari del clan La Rosa di Tropea, che ad aprile dello scorso anno aveva portato a dieci arresti e a 16 indagati nell’ambito di un’inchiesta che non a caso prende il nome di “Call me”. Alcuni di loro mentre si trovavano ristretti in alcuni istituti di pena, avrebbero indebitamente utilizzavano cellulari e schede SIM, intestate a extracomunitari, per comunicare illegittimamente con familiari ed altri soggetti loro contigui. Nell’avviso di conclusione delle indagini cresce il numero delle persone nel mirino della Direzione distrettuale antimafia, che arriva a 46.
I nomi di tutti gli indagati
Si tratta di Carmela Addolorata, 88 anni, di Tropea; Michele Bruzzese, 43 anni, di Vibo; Natascia Bruzzese, 44 anni, di Vibo; Pamela Bruzzese, 42 anni, di Vibo; Piergiorgio Centro, 58 anni, residente a Tropea; Damiano Fabiano, 35 anni, di Chiaravalle; Alessandro Romeo Fargnoli, di Piedimonte Matese; Carmine Fargnoli, 36 anni, di Piedimonte Matese; Dina Fargnoli, 48 anni, di Teano; Faustino Fargnoli, 48 anni, di Teano; Marco Fargnoli, 53 anni, Moncalieri; Maria Noemi Fargnoli, 24 anni, di Piedimonte Matese; Robert Fargnoli, 52 anni, detenuto, utilizzato per comunicazioni clandestine; Robert Junior Fargnoli, 28 anni, di Piedimonte Matese; Toni Fargnoli,45 anni, di Teano; Angelo Gagliardi, 29 anni, di Soverato; Armando Galati, 54, di Mileto; Francesca Galati, 28 anni, di Soverato; Gabriele Galati, 30 anni, di Vibo; Rosa Galati, 58 anni, di Mileto; Vanessa Galati, 33 anni, di Vibo; Loredana Lombardi, 37 anni, di Piedimonte Matese; Carmela La Torre, 42 anni, considerata dagli inquirenti vicina alla famiglia La Rosa; Antonio La Rosa, 62 anni, considerato il capo storico della ‘ndrina di Tropea e Ricadi, già detenuto per l’operazione Rinascita-Scott; Francesco La Rosa, 53 anni, fratello di Antonio, ritenuto co-organizzatore del sodalizio; Alessandro La Rosa, 32 anni di Tropea; Cassandra La Rosa, 57 anni, di Tropea; Domenico La Rosa, 39 anni, figlio di Antonio; Domenico La Rosa, 88 anni, di Tropea; Francesco La Rosa, 54 anni, di Tropea; Cristina La Rosa, 33 anni, figlia di Antonio, accusata di intestataria fittizia di beni; Loredana Molina, 56 anni, coinvolta in attività di supporto esterno; Giuseppe Maiuri, 31 anni; Paola Mazzara, 52 anni, di Tropea; Giuseppina Minichini, 46 anni, di Vibo; Paolo Petrolo, 33 anni di Vibo; Stefania Pistillo, 42 anni; Tomasina Certo, 60 anni, moglie di Antonio, considerata partecipe nella gestione della cosca; Antonio Prostamo, 37 anni, di Vibo; Giuseppina Costa, 47 anni, compagna di Francesco, coinvolta, secondo l’accusa, in incontri e dazioni; Davide Surace, 39 anni, genero di Antonio, considerato il reggente operativo in libertà; Francesco Taccone, 38 anni, ritenuto uomo di fiducia di Francesco La Rosa; Armando Michele Federici, di Vibo; Luigi Federici, 26 anni, appartenente alla cosca Pardea-Ranisi; Francesco Federici, 60 anni, e Erminia Bisogni, 56 anni, rispettivamente padre e madre di Luigi Federici; Michele Armando Federici, 33 anni, di Vibo; Ilenia Vetromilo, 39 anni, di Lamezia.
Il ruolo delle donne
Anche le donne avrebbero avuto un ruolo determinante, secondo la Dda, deputate a gestire le finanze della cosca a riscuotere le estorsioni, ad assicurare i contatti tra carcere e ambiente esterno, procurando i telefoni cellulari, effettuando le ricariche, veicolando istruzioni e messaggi funzionali al mantenimento della struttura criminale. Secondo le ipotesi accusatorie Antonio La Rosa avrebbe continuato a dirigere la cosca dal carcere di Avellino dove all’epoca si trovava recluso, servendosi di sei diversi telefoni cellulari e sim intestate a terzi.
“Il capocosca comandava dal carcere“
I contatti frequenti con i familiari, in particolare con la moglie Tomasina Certo, la figlia Cristina e il genero Davide Surace, avrebbero permesso al capocosca di monitorare le dinamiche interne alla ‘ndrina, impartire direttive operative, mantenere rapporti con altri affiliati detenuti o in libertà. In un caso documentato, la cosca avrebbe tentato di estorcere 50mila euro a un imprenditore del settore parafarmaceutico, proponendo anche l’assunzione di Giuseppina Costa come parte dell’accordo. In un altro episodio, due fratelli, titolari di una pizzeria a Tropea, sarebbero stati costretti a pagare somme di denaro per evitare ritorsioni.
“Sistema familiare criminale” attivo anche durante le detenzioni
La moglie di Antonio, Tomasina Certo, avrebbe svolto funzione di intermediaria, ricevendo telefonate e messaggi. La figlia Cristina avrebbe gestito un immobile fittiziamente intestatole. Il genero Surace risultava “in prima linea” nella gestione delle attività quotidiane del clan. Francesco La Rosa, fratello del boss, avrebbe invece utilizzato anche lui numerosi telefoni clandestini per comunicare con la compagna Costa e altri soggetti esterni dal carcere di Siracusa dove si trovava detenuto all’epoca dei fatti. In totale, tra Antonio e Francesco, sono stati censiti oltre mille contatti telefonici irregolari.
Le telefonate di Federici dal carcere di Avellino
Nonostante fosse detenuto in regime di custodia cautelare nella Casa Circondariale di Avellino, il presunto affiliato alla ‘ndrangheta Luigi Federici avrebbe invece continuato ad avere contatti con l’esterno sfruttando telefoni cellulari introdotti illegalmente in carcere.Federici avrebbe utilizzato con frequenza assidua, anche più volte al giorno, due telefonini per 495 telefonate alla madre Erminia Bisogni e al padre Francesco Federici, 1426 alla fidanzata, e comunicando notizie sensibili relative alle dinamiche interne alla cosca, con particolare riferimento a collaborazioni di giustizia in atto (quelle di Michele Camillò e Antonio Cannatà, alias “Sapitutta”). Lo scopo di questi contatti sarebbe stato quello di screditare i collaboratori, neutralizzare i potenziali riscontri investigativi, e minimizzare l’impatto processuale delle loro dichiarazioni. Federici e i suoi avrebbero agito – secondo l’accusa, per agevolare la ‘ndrina Pardea-Ranisi, e per proteggere l’organizzazione criminale dalle conseguenze giudiziarie delle inchieste in corso.
Il diritto alla difesa
Gli indagati assistiti dai legali difensori(Fabio Tino, Vittoria De Giorgio, Anselmo Torhia, Giovanni Vecchio, Giuseppe Morelli, Mauro Ruga, Diego Brancia, Giosuè Monardo, Patrizio Cuppari, Michele Cerminara, Sandro D’Agostino) avranno 20 giorni di tempo per chiedere di essere sentiti dalla Dda, rilasciare dichiarazioni spontanee, depositare memorie scritte e compiere ogni altro atto utile per l’esercizio di difesa, prima che la Dda proceda oltre con una richiesta di rinvio a giudizio.









