La Corte di Cassazione, Prima Sezione penale, ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Milano che confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti di Vincenzo Gallace, 77 anni, di Guardavalle, attualmente detenuto nel carcere di Tolmezzo. Il provvedimento è stato rinviato per un nuovo giudizio allo stesso Tribunale del Riesame di Milano, accogliendo il ricorso depositato il 6 febbraio 2026 dagli avvocati di fiducia Vincenzo Cicino del foro di Catanzaro e Mauro Ruga, del foro di Cosenza.
Il caso
Vincenzo Gallace è indagato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano nell’ambito del procedimento n. 13905/2025 R.G.N.R. — stralciato dal fascicolo principale 25585/2024 — per il delitto di omicidio aggravato dalla mafiosità.
Secondo l’accusa, Gallace avrebbe ordinato, nella sua qualità di vertice dell’omonima cosca di ’ndrangheta, egemone sul territorio di Guardavalle, l’eliminazione di Nicola Vivaldo, ucciso a Rho, frazione Mazzo, il 23 febbraio 2000, ritenuto un informatore dei Carabinieri.
Il 19 novembre 2025 il Gip del Tribunale di Milano aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere. Il Tribunale del Riesame, sezione XII penale, con ordinanza del 19 dicembre 2025, motivata e depositata il 26 gennaio 2026, aveva confermato il provvedimento, rigettando il ricorso della difesa.
Le censure della difesa
Il ricorso per Cassazione aveva articolato tre distinti motivi di annullamento.
Il primo riguardava la violazione del principio del ne bis in idem cautelare: secondo la difesa, il Gip aveva già rigettato una prima richiesta di misura cautelare il 29 luglio 2025, e il pubblico ministero — anziché impugnare quel provvedimento ex art. 310 c.p.p. — aveva formulato una nuova domanda fondata su elementi investigativi che, quanto alla posizione di Gallace, non introducevano novità rilevanti. Il Riesame, a giudizio dei difensori, aveva omesso di confrontarsi con questa obiezione, limitandosi ad affermare apoditticamente che gli approfondimenti balistici successivi costituivano elementi nuovi, senza spiegare perché incidessero anche sulla posizione del presunto mandante.
Il secondo motivo investiva la valutazione della gravità indiziaria e, in particolare, il giudizio di credibilità e attendibilità reso sul collaboratore di giustizia Emanuele De Castro. La difesa evidenziava una progressione dichiarativa anomala: nel primo interrogatorio del 7 agosto 2019 De Castro non aveva fatto alcun riferimento ai soggetti coinvolti nell’omicidio; solo dieci giorni dopo, il 13 agosto, aveva indicato i Gallace come mandanti, esprimendo peraltro dubbi sulla veridicità di quanto riferitogli; nell’interrogatorio del 10 marzo 2021 aveva aggiunto ulteriori dettagli, tra cui la partecipazione a un incontro con Rispoli e Novella Carmelo. I riscontri valorizzati dal Riesame — l’arresto del genero di Gallace nel bar della vittima avvenuto tre anni prima dell’omicidio, le dichiarazioni della moglie di Vivaldo, le confidenze rese al pm D’Amico — non sarebbero stati, secondo la difesa, individualizzanti rispetto alla condotta del ricorrente come mandante.
Il terzo motivo riguardava le esigenze cautelari: trattandosi di fatti risalenti al febbraio 2000, il Tribunale avrebbe dovuto motivare puntualmente sull’attualità del pericolo di reiterazione, non potendo limitarsi al richiamo della presunzione relativa prevista dall’art. 275 comma 3 c.p.p. per i reati aggravati dall’art. 416 bis.1 c.p.
Il precedente
Vincenzo Gallace è figura centrale nelle vicende giudiziarie della ’ndrangheta calabrese e lombarda. Il Tribunale del Riesame, nella motivazione dell’ordinanza ora annullata, aveva richiamato un curriculum giudiziario particolarmente gravato: tre condanne per omicidio, una per tentato omicidio, tre per associazione di stampo mafioso riferite a contesti territoriali che spaziano dalla Calabria a Milano, Roma e Torino, oltre a condanne per detenzione di armi.
Il collaboratore Emanuele De Castro lo aveva descritto come il mandante dell’omicidio Vivaldo, ricostruendo una catena di comando che — attraverso Novella Carmelo e Rispoli Vincenzo, capo della locale di Legnano-Lonate Pozzolo — avrebbe raggiunto gli esecutori materiali Rosi Massimo e De Castro stesso.
La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso, ha ora disposto che il Tribunale del Riesame di Milano torni a pronunciarsi sulla vicenda cautelare, alla luce dei rilievi indicati dalla Suprema Corte.






