× Sponsor
3 Aprile 2026
8.5 C
Calabria
spot_img

Cristina Mazzotti, il sequestro che sconvolse l’Italia. Dopo 50 anni arriva la sentenza: ergastolo per i due imputati

A Como l'atteso verdetto sul sequestro e l’omicidio della donna rapita a 18 anni nel 1975 e uccisa dalla ’ndrangheta. Assolto un terzo imputato

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

Cinquant’anni dopo uno dei delitti più efferati della cronaca italiana, la Corte d’Assise di Como ha messo la parola fine sul sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, la ragazza di 18 anni rapita il 30 giugno 1975 a Eupilio e uccisa dopo giorni di prigionia. Nel pomeriggio di oggi i giudici hanno condannato Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella alla pena dell’ergastolo, mentre Antonio Talia è stato assolto per non aver commesso il fatto. Il corpo della giovane venne ritrovato il 1° settembre 1975 in una discarica di Galliate, chiudendo tragicamente una delle pagine più drammatiche degli anni dei sequestri di persona.

La sentenza: ergastolo per Calabrò e Latella, assolto Talia

La Corte ha riconosciuto Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella colpevoli di omicidio volontario aggravato, disponendo invece il non doversi procedere per il reato di sequestro di persona, dichiarato estinto per intervenuta prescrizione. Per Antonio Talia, 73 anni, i giudici hanno pronunciato l’assoluzione con la formula “per non avere commesso il fatto”. Nel corso del dibattimento è deceduto un altro imputato, Giuseppe Morabito, circostanza che ha comportato l’estinzione del procedimento nei suoi confronti.

Le parole dell’accusa: “La vita della vittima non valeva niente”

Durante la requisitoria, i magistrati dell’accusa hanno usato parole durissime, sottolineando la disumanità del sequestro: “A chi organizzava e partecipava a questi fatti criminosi non importava proprio niente della vittima, che era merce di scambio. La morte era una possibilità messa in conto. La vita della vittima non valeva niente”.

La Procura ha inoltre rimarcato come il processo sia stato possibile grazie alla perseveranza degli investigatori e dei difensori della famiglia Mazzotti: “Siamo qui oggi grazie alla perseveranza di chi ha indagato per decenni, ma anche di chi difende le vittime. Questo processo nasce da una richiesta di riapertura delle indagini dei difensori della famiglia Mazzotti che dissero alla Procura di Milano: ‘Svegliatevi, dovete mettere insieme dei pezzi’”.

Secondo l’accusa, quanto subito da Cristina rientra pienamente nel concetto di tortura, e definire il suo omicidio come “drammatico” sarebbe riduttivo.

L’impronta sulla Mini e la svolta delle indagini

Un elemento centrale dell’inchiesta ha riguardato Demetrio Latella, la cui impronta digitale fu rinvenuta sulla carrozzeria della Mini su cui viaggiava Cristina la sera del rapimento.

L’attribuzione dell’impronta fu possibile solo nel 2006 grazie al sistema Afis della polizia scientifica di Roma. Dopo l’identificazione, Latella rese dichiarazioni autoaccusatorie, ammettendo la propria partecipazione al sequestro. A queste si sono aggiunte testimonianze e accertamenti tecnici che hanno consentito di riaprire un caso rimasto irrisolto per decenni.

Calabrò, Talia e Latella sono stati indicati dall’accusa come esecutori materiali del blitz, per il quale già nel 1977 erano stati pronunciati diversi ergastoli nei confronti di altri responsabili.

Il risarcimento e la memoria pubblica

I giudici hanno stabilito che Marina e Vittorio Mazzotti, sorella e fratello di Cristina, dovranno essere risarciti dai due condannati in separata sede civile. È stata inoltre disposta l’affissione della sentenza in diversi Comuni, tra cui Como, Eupilio e Castelletto Ticino, luoghi simbolo della vicenda.

Alla lettura del verdetto erano presenti anche rappresentanti degli studenti del liceo classico Carducci di Milano, la scuola frequentata da Cristina: una presenza simbolica che ha legato memoria, giustizia e nuove generazioni.

La prima vittima donna dei sequestri di ’ndrangheta al Nord

Cristina Mazzotti fu la prima donna vittima dei sequestri di ’ndrangheta nel Nord Italia. Il suo caso segnò uno spartiacque nella percezione pubblica di un fenomeno criminale che, a partire dagli anni Settanta, portò la violenza mafiosa fuori dai confini tradizionali del Sud.

spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE