Da braccio operativo delle famiglia Arena di Isola Capo Rizzuto, dei Grande Aracri di Cutro, dei Gaglianesi di Catanzaro ad autonomo gruppo di ‘ndrangheta che esercita la sua pressione mafiosa sui quartieri Pistoia, Corvo, Aranceto, Germaneto e Catanzaro Lido, in competizione con le altre associazioni mafiose nei settori delle estorsioni, dei furti, del traffico di sostanze stupefacenti. L’imponente materiale intercettivo, le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, dalle parsone offese e da quelle informate sui fatti convergono tutte in un’unica direzione: il clan degli zingari di Catanzaro è una vera e propria organizzazione ‘ndranghetistica, con struttura interna e ruoli ben definiti.
La sentenza che mette il sigillo al clan di associazione mafiosa
Un’associazione mafiosa, suggellata per la prima volta il 19 dicembre 2024, il giorno del verdetto pronunciato dal gup distrettuale Chiara Esposito che ha condannato con rito abbreviato 41 imputati, coinvolti nell’inchiesta della Dda di Catanzaro, nome in codice Flash, che ha portato nel 2023 a 62 arresti. Nelle motivazioni della sentenza il giudice definisce il clan Bevilacqua-Passalacqua una solida realtà, costituita da una comunità etnica di considerevoli dimensioni, che riesce a sprigionare una capacità di intimidazione tale da attuare le attività illecite e perseguire le finalità delinquenziali del sodalizio. Un gruppo che ruota intorno alle figure apicali di Luigi Veccelloque Pereloque, Massimo Bevilacqua, Luciano Bevilacqua, Domenico Passalacqua, supportati da Ernesto Bevacqua, Massimo Berlingiere e Armidio Bevilacqua.
I ruoli e i compiti
Massimo Bevilacqua è il perno fondamentale del gruppo mafioso, che avrebbe consentito il passaggio verso una collocazione autonoma del clan rispetto agli altri gruppi mafiosi, conquistando una fetta di mercato nelle estorsioni. Anche il fratello Luciano ha ricoperto un ruolo apicale, portando avanti le condizioni necessarie per far acquisire al suo gruppo la piena autonomia e “guadagnarsi” il titolo di cosca di ‘ndrangheta, mentre Ernesto Bevilacqua ha avuto il compito di coordinare tutte le attività finalizzate a riscuotere i crediti derivanti dalle estorsioni anche grazie alla stretta collaborazione di Massimo Berlingiere, il quale tra l’altro aveva ricevuto una dote di ‘ndrangheta. Domenico Passalacqua, alias “Bifaru”, risulta essere colui che si occupa prevalentemente del settore del narcotraffico e Luigi Vecceloque Pereloque è riconosciuto da tutti i sodali quale capo del clan, come è emerso dalla vicenda relativa alla sua latitanza, che ha visto tutto il gruppo compatto impegnato per proteggere la sua posizione e per garantirgli la massima assistenza.
La metamorfosi del gruppo dei nomadi in clan di ‘ndrangheta
Il gup ritiene attendibili le propalazioni dei collaboratori di giustizia che hanno descritto un quadro nitido sulla capacità di intimidazione mafiosa del clan degli zingari, delineandone il cambiamento subito nel corso degli anni. Dichiarazioni dalle quali è emerso che, dopo il 2017, il clan degli zingari ha assunto una sua autonomia strutturale e operativa rispetto alle altre cosche, un’indipendenza dovuta al fatto che le cosche mafiose storiche operanti a Catanzaro, Cutro e Isola Capo Rizzuto hanno conferito ai capi del clan degli zingari doti di ‘ndrangheta per consentire loro di interagire all’interno delle dinamiche mafiose, un’apertura che ha determinato la costituzione di un gruppo indipendente, attivo nei settori degli stupefacenti, delle armi, delle estorsioni e nei reati contro il patrimonio, avvalendosi della forza di intimidazione mafiosa.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
Annamaria Cerminara, che ha iniziato a collaborare con la giustizia dopo la rapina al caveau della Sicurtransport avvenuta il 4 dicembre 2016 e ideata dall’ex compagno Giovanni Passalacqua, ha raccontato circostanze apprese in via diretta sul commercio di stupefacenti e sul contesto ‘ndranghetistico in cui operavano i nomadi di Catanzaro, dichiarando che l’ex convivente era un nomade vicino alle cosche e che, prima di essere arrestato, avrebbe partecipato abitualmente a riunioni di ‘ndrangheta con esponenti di rilievo delle cosche crotonesi per affrontare argomentazioni sugli affari illeciti. Il pentito Santo Mirarchi ha illustrato la modifica, avvenuta nel tempo, degli equilibri criminali tra le cosche, riferendo le doti di ‘ndrangheta ricevute dagli esponenti di vertice del clan dei nomadi e del potere che, questi avevano di battezzare altri accoliti, dei furti di mezzi e auto con attività estorsive attuate con il metodo del “cavallo di ritorno” e del traffico di sostanze stupefacenti, spiegando il processo di autonomizzazione del clan dei rom, avvenuto per volontà del capo storico Domenico Bevilacqua di non voler più dipendere dalla cosca di Isola di Capo Rizzuto.
L’esercito dei nomadi e le mire espansionistiche dei rom
Nel tempo i capi nomadi, in particolare Domenico Bevilacqua , alias “Toro Seduto”, Cosimino Abbruzzese alias “U Tubu”, Veccelogue Pereloque Luigi alias “U Marocchino” e Domenico Viceloque Domenico alias “Mico rota liscia”, resisi conto di “comandare” un esercito di uomini che sistematicamente operava per le cosche della ‘ndrangheta crotonese e catanzarese, hanno cercato di rendersi indipendenti per agire in autonomia sul territorio di Catanzaro. E “Toro Seduto”, fu il primo ad avere mire espansionistiche per ragioni economiche, era convinto di contare sui suoi numerosissimi affiliati della sua comunità etnica, accettando anche il rischio di fronteggiare una guerra, mentre “U Tubu” cercò sempre di stabilire gli equilibri economici con le cosche di ‘ndrangheta.
Le faide
In tempi più recenti, negli anni duemila, le importanti cosche di ‘ndrangheta che avevano interessi economici su Catanzaro, i Grande Aracri e gli Arena erano impegnate in una sanguinosa faida tra famiglie rivali e non avevano alcun interesse ad aprire un nuovo fronte di guerra contro quei nomadi catanzaresi che spingevano verso un predominio del territorio .“Toro Seduto” colse l’occasione per affermare una propria autonomia e le famiglie crotonesi diedero un forte segnale a quel tentativo di espansione egemonica su Catanzaro, attentando alla sua vita nel 2005. Un segnale che frenò la bramosia di espansione del clan degli zingari di Catanzaro. L’’indebolimento delle cosche di Crotone riportò all’interno dei sodalizi criminali nomadi la volontà di intraprendere ulteriori mire espansionistiche, perché i vertici del clan degli zingari, anche se colpiti dalle inchieste giudiziarie, erano assai numerosi e riuscivano a mantenere il controllo delle attività illecite a Catanzaro attraverso la commissione delle estorsioni, sia perpetrando i “cavalli di ritorno” che con specifiche pretese di tangenti estorsive verso gli imprenditori della città e Comuni limitrofi.
L’omicidio di Toro Seduto
In questo contesto la mattina del 4 giugno 2015 venne assassinato Bevilacqua Domenico, alias “Toro Seduto”, un omicidio il cui movente venne ricondotto ai sui intenti egemonici. Gli inquirenti, anche sulla base delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, cercarono di individuare gli assassini tra gli appartenenti alla ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, ma le attività di indagine non portarono ad alcun risultato. L’eliminazione fisica di Bevilacqua Domenico alias “Toro Seduto”, portò alla contrapposizione con i clan avversi dei Nicoscia e dei Grande Aracri. Gli imputati nomadi, forti di una notevole disponibilità economica, erano accreditati dai fornitori di sostanze stupefacenti, tanto da farla pervenire direttamente a Catanzaro, dove provvedevano, attraverso il sodalizio criminale, ad effettuare le numerose cessioni ad altri spacciatori o ad assuntori per il consumo personale.
“L’arcipelago criminale formato da più nucei familiari”
Le attività intercettive sono successive al narrato dei collaboratori e hanno dimostrato che con il tempo i rapporti con le cosche isolitane sono divenuti via via paritari e che la consorteria criminale nomade ha creato un impatto ambientale determinando il suo radicamento territoriale. Indagini che hanno documentato come il clan degli zingari di Catanzaro sia strutturato come un “arcipelago” formato da più nuclei familiari ciascuno con il proprio capo famiglia, ma estremamente solidali tra loro e pronti ad intervenire gli uni in aiuto degli altri laddove è necessario per ribadire la loro supremazia sul territorio.







