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11 Marzo 2026
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Calabria
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Da feudo della ‘ndrangheta a bunker di Stato, il record di Vibo capitale del 41 bis: i 37 boss al carcere duro (NOMI)

La più piccola provincia calabrese, storicamente infestata da decine di clan, segna un primato clamoroso frutto delle maxi-operazioni che hanno smantellato le cosche del Vibonese. Ecco chi sono i detenuti finiti in isolamento totale

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La provincia di Vibo Valentia conta appena 160 mila abitanti, eppure ospita da decenni una miriade di clan mafiosi – i “locali” di ’ndrangheta – tanto da essere considerata quella col maggior numero di ’ndrine in rapporto alla popolazione. Si tratta di un lembo di Calabria dove la ’ndrangheta ha permeato economia e politica, con famiglie criminali storiche (su tutte i Mancuso di Limbadi) che hanno imposto il loro dominio. Fino a pochi anni fa i boss vibonesi godevano spesso di lunghe latitanze e scarsa incisività repressiva.

Oggi però questo territorio detiene un primato opposto e significativo: 37 detenuti vibonesi sono sottoposti al regime speciale del 41 bis​ mentre altri otto rischiano di finirci nei prossimi mesi portando il numero di “ospiti” provenienti dalla provincia più piccola della Calabria al carcere duro a quota 45. In altre parole, su circa 700 mafiosi detenuti in tutta Italia in regime di 41 bis quasi il 6% proviene da Vibo e dintorni. È il segnale di un cambiamento radicale: lo Stato è riuscito a decapitare e isolare i vertici della ’ndrangheta locale, invertendo la rotta rispetto all’impunità diffusa del passato. E’ il frutto di un lavoro di squadra che parte da lontano e che giunge ai giorni nostri attraverso Rinascita Scott, l’inchiesta delle inchieste dentro la quale sono confluiti tutti i fascicoli prodotti in 25 anni di minuzioso lavoro investigativo aggiornato con le indagini “sorelle” successive.

Il 41-bis: isolamento totale e controllo H24

Il regime detentivo speciale ex art. 41-bis O.P., noto anche come “carcere duro”, è una misura riservata ai mafiosi e terroristi più pericolosi, volta a impedirne ogni contatto con l’esterno e con gli altri detenuti. Chi vi è sottoposto vive in cella singola, trascorrendo da solo 21–22 ore al giorno​. Vige un controllo costante (h24) e le celle sono spoglie, con arredi fissati al suolo per impedire manomissioni. Gli interni del 41-bis non possono ricevere più di quattro libri alla volta né affiggere nulla alle pareti​. Le comunicazioni sono ridotte al minimo: un solo colloquio al mese, dietro vetro divisorio, con familiari stretti, e una sola telefonata mensile di 10 minuti, rigorosamente registrata​ Anche l’ora d’aria è limitata e avviene in piccoli gruppi prestabiliti (massimo quattro detenuti) sempre sotto sorveglianza.

I provvedimenti di 41-bis vengono emessi con decreto motivato del Ministro della Giustizia, inizialmente per 4 anni, e rinnovati di due anni in due anni su proposta delle Direzioni Distrettuali Antimafia​. Nel caso dei boss vibonesi, i rinnovi sono divenuti la norma: alcuni di loro sono in regime differenziato da molti anni, considerati ancora capaci di impartire ordini ai clan e anche per questo motivo, in alcuni casi, la misura carceraria è stata aggravata. Le restrizioni comprendono infatti il divieto di scambiare oggetti durante i colloqui, la censura totale della corrispondenza e perfino limitazioni nell’accesso ai giornali.

Carcere duro significa vivere isolati anni (talora decenni), ma anche evitare ai boss ogni “vantaggio” dovuto al prestigio criminale. In passato molti di loro, detenuti in regime normale, continuavano a comandare tramite messaggi cifrati o “pizzini” affidati a familiari e avvocati. Il 41 bis ha lo scopo di spezzare questo cordone ombelicale tra i padrini e le cosche operanti fuori​.

Il circuito 41-bis è attivo in sole 12 carceri italiane appositamente attrezzate​. Tra queste, le più “affollate” di boss sono l’Aquila (dove è stato recluso Matteo Messina Denaro), Milano Opera (96 detenuti in regime speciale) e Sassari-Bancali (88)​, seguono Spoleto (81 detenuti 41-bis) e, attorno alle 70 unità, le sezioni di Novara e Parma. I capimafia vibonesi sono oggi dislocati proprio in queste strutture di massima sicurezza sparse per l’Italia: da Opera a Milano fino a Sassari in Sardegna, passando per Novara, Spoleto, Cuneo, L’Aquila, Nuoro, Roma Rebibbia, Terni, Tolmezzo e Viterbo. Sparpagliarli lontano dalla Calabria per evitare concentrazioni pericolose e recidere ogni legame logistico con i loro territori d’origine. Complessivamente gli ‘ndranghestisti o presunti tali ristretti al carcere duro sono 209, il numero maggiore tra tutte le organizzazioni criminali presenti in Italia (203 i camorristi e 205 gli appartenenti a Cosa Nostra). Ciò significa che quasi il 18% arriva al 41 bis dalla provincia di Vibo.

Maxi-operazioni e sentenze storiche: la fine dell’impunità

Come si è giunti a numeri così alti nel Vibonese, un territorio passato da feudo della ‘ndrangheta a bunker dello Stato? Bisogna risalire alle grandi inchieste antimafia degli ultimi anni che hanno falcidiato le ’ndrine locali. La svolta porta la data del 19 dicembre 2019, quando scatta l’operazione Rinascita Scott: il maxi-blitz dei carabinieri che porta all’arresto di 334 persone tra capi e affiliati dei clan vibonesi​. La retata ha colpito trasversalmente i clan storici: dai Mancuso (egemoni sull’intera area) ai loro alleati e articolazioni locali come i Lo Bianco-Barba di Vibo città, i Pardea-Ranisi (sempre nel capoluogo), i Fiarè-Gasparro-Razionale di San Gregorio d’Ippona, gli Anello-Fruci di Filadelfia, i Bonavota di Sant’Onofrio, fino ai gruppi di subordine come i “Piscopisani” (dal nome della frazione Piscopio) in lotta per il controllo del territorio.

Nei due anni successivi, altre maxi-operazioni hanno completato l’opera. Nel luglio 2020 l’operazione Imponimento della Dda di Catanzaro colpisce il clan Anello di Filadelfia e i suoi sodali: oltre 70 imputati tra boss, gregari e colletti bianchi vengono rinviati a giudizio. Il processo si conclude con una “stangata” nel gennaio 2022: tutti condannati in primo grado​ compreso il boss Rocco Anello e il fratello. Prima ancora era scattata l’operazione Rimpiazzo contro l’emergente clan dei Piscopisani, contrapposto ai Mancuso: decine di arresti e condanne anche in Cassazione nel 2025​. Nel 2016 già la Polizia aveva condotto l’operazione Costa Pulita contro i clan costieri di Briatico e Parghelia, alleati dei Mancuso: anche lì arresti poi sfociati in condanne definitive (18 in Cassazione nel 2025) e nel riconoscimento giudiziario dei clan Accorinti-Bonavita di Briatico e Il Grande di Parghelia.

Più recente, a gennaio 2023, ecco l’operazione Olimpo, un blitz della Polizia di Stato contro le cosche vibonesi che gestivano racket ed estorsioni nel settore turistico​. Dall’indagine Olimpo emergono nuovi elementi su una ’ndrangheta “fortissima” e capillare nel controllo del territorio ma al tempo stesso sottolinea la risposta dello Stato: beni sequestrati per 250 milioni di euro e un attacco simultaneo sia sul fronte militare che economico​. L’operazione Maestrale-Carthago è invece l’ultima grande offensiva della Dda di Catanzaro. Un colpo al cuore del clan La Rosa di Tropea, Galati di Paravati, Pititto di Mileto, Maiolo di Acquaro.

In definitiva, negli ultimi dieci anni il pool antimafia, guidato da Nicola Gratteri prima, da Vincenzo Capomolla poi e oggi da Salvatore Curcio, ha smantellato la ‘ndrangheta vibonese pezzo per pezzo con una serie di maxi-processi senza precedenti. Oggi i principali protagonisti della presunta cupola mafiosa sono chiusi al 41 bis. È importante notare che molti procedimenti sono ancora in corso (tra appelli e Cassazioni), dunque per diversi di questi soggetti vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Nel frattempo, tuttavia, lo Stato ha scelto di mantenerli in isolamento, ritenendo concreto il rischio che, se detenuti in regime ordinario, possano comunicare con l’esterno o ricostituire le fila delle cosche. Questo l’elenco aggiornato dei presunti boss vibonesi attualmente al 41 bis, con le relative vicende giudiziarie note. Un elenco in continuo e progressivo aggiornamento.

I 37 al 41 bis: nomi, accuse e condanne

  • Luigi Mancuso, 71 anni. Storico capobastone di Limbadi, soprannominato “’u Signurinu” (il Signorino) o il Supremo. Considerato il padrino più potente della ’ndrangheta vibonese, è imputato come capo della struttura unitaria emersa in Rinascita-Scott. Il Tribunale di Vibo lo ha condannato a 30 anni di reclusione (stralcio confluito nel processo “Petrol Mafie”)​. Secondo i giudici, grazie al suo carisma e alla sua “lungimiranza criminale”, avrebbe influenzato tutte le dinamiche mafiose provinciali​. Detenuto in regime 41-bis viene descritto come il “risolutore” delle controversie tra clan.
  • Pantaleone Mancuso, 63 anni, di Nicotera Marina, detto “Scarpuni”, è uno dei fratelli Mancuso di spicco. Sta scontando varie pene per associazione mafiosa ed è stato condannato in via definitiva all’ergastolo nell’ambito del processo Gringia che ha fatto luce sulla faida tra i Piscopisani e il clan Patania.
  • Diego Mancuso, è un altro esponente di rilievo del potente casato di Limbadi. Accusato di associazione mafiosa, sarebbe il diretto gestore degli affari della cosca sul territorio di Ricadi. Condannato a 20 di reclusione in abbreviato nell’ambito dell’operazione Maestrale-Olimpo.
  • Francesco Mancuso, alias Bandera, è un nome ricorrente nella cronaca giudiziaria, fratello di Pantaleone “Scarpuni”, condannato in primo grado nel filone abbreviato nel processo scaturito dall’operazione Maestrale.
  • Pasquale Gallone, non ha il cognome dei Mancuso ma è l’uomo di fiducia di Luigi, condannato a 20 anni di reclusione in abbreviato nel maxi processo Rinascita Scott perché accusato di essere l’uomo che veicolava gli ordini del boss gestendo i rapporti operativi del clan.
  • Assunto Natale Megna è il cognato di Pantaleone Mancuso, fiduciario del clan secondo le accuse. E’ finito nella rete degli inquirenti nell’ambito della maxi operazione Maestrale Carthago ed è imputato nel procedimento che ne è conseguito per associazione mafiosa.
  • Domenico Bonavota, 45 anni, originario di Sant’Onofrio, è figlio del defunto Vincenzo Bonavota (fondatore dell’omonimo clan) ed era ritenuto il braccio armato della cosca​. È accusato di omicidio ed estorsioni; imputato in Rinascita Scott e in primo grado è stato condannato a 30 anni di reclusione.
  • Pasquale Bonavota, 50 anni, fratello di Domenico, era uno dei latitanti di massima pericolosità a livello nazionale (inserito nell’elenco del Viminale) fino alla cattura avvenuta a Genova nell’aprile 2023​. Reputato il boss stratega del clan Bonavota di Sant’Onofrio, è stato condannato in primo grado a 28 anni per associazione mafiosa nel processo Rinascita-Scott (sentenza novembre 2023)​.
  • Salvatore Bonavota è il più giovane dei fratelli e anche lui è al carcere duro dopo essere stato condannato a 16 anni di reclusione in primo grado in Rinascita Scott per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti.
  • Rocco Anello, 62 anni, ritenuto il boss dell’area di Filadelfia, capo della cosca Anello-Fruci. Arrestato nell’operazione Imponimento (luglio 2020), ha scelto il rito abbreviato ed è stato condannato a 20 anni di carcere (pena confermata in appello nel 2024). Le accuse a suo carico includono associazione mafiosa, estorsioni e usura ai danni di imprenditori del comprensorio di Lamezia Terme​.
  • Tommaso Anello, 59 anni, fratello maggiore di Rocco, ne era il principale alleato e “uomo d’ordine”. Anche lui coinvolto in Imponimento, ha seguito il rito ordinario: nel processo di primo grado (concluso nel 2024) ha ricevuto la pena più alta: 30 anni di reclusione​.
  • Antonio La Rosa, 61 anni, storico boss di Tropea, detto “Ciondolino”, a capo dell’omonimo clan di Tropea e dintorni. Già condannato in passato (operazione “Peter Pan” nel 2012) per associazione mafiosa, Antonio La Rosa risulta imputato nel maxiprocesso Rinascita-Scott e in primo grado è stato condannato a 24 anni​. Secondo gli inquirenti, La Rosa avrebbe mantenuto il potere a Tropea anche dal carcere, tramite familiari, fino al suo irrigidimento detentivo come emerso nell’ultima inchiesta della Dda di Catanzaro denominata Call me.
  • Francesco La Rosa, 57 anni, fratello minore di Antonio, noto come “u Bimbu”. Anche lui attivo nel clan di Tropea, è imputato sia nel processo Rinascita Scott che in quello denominato Maestrale-Olimpo. Ha riportato una condanna in appello pari a 20 anni di reclusione per associazione mafiosa. Anche lui coinvolto nell’inchiesta Call me.
  • Antonio Macrì, 67 anni, considerato uno dei vertici del clan Pardea-Ranisi di Vibo Valentia. Coinvolto nell’inchiesta Rinascita-Scott, Macrì è stato condannato nel novembre 2023. La sentenza ha riconosciuto il suo ruolo nel mantenere i rapporti tra la ’ndrina di Vibo e le altre cosche della provincia, nonché nel gestire le casse comuni del clan. Con lui al 41 bis in altra struttura c’è anche Domenico Macrì, detto Mommo, condannato in primo e in secondo grado nel filone abbreviato di Rinascita e ritenuto dagli inquirenti un aspirante boss particolarmente cruento.
  • Paolino Lo Bianco, 51 anni, figlio del defunto Carmelo “Piccinni” Lo Bianco, è il presunto erede del clan Lo Bianco di Vibo Valentia. Arrestato con Rinascita Scott, è accusato di associazione mafiosa. Considerato un boss emergente in città, Lo Bianco ha riportato una condanna a 30 anni in primo grado nel maxi processo alla ‘ndrangheta vibonese.
  • Francesco Antonio Pardea, è uno dei boss emergenti della ‘ndrangheta vibonese, esponente di spicco delle cosiddette “nuove leve”, ritenuto appartenente alla famiglia dei Pardea ramo Ranisi. Condannato per associazione mafiosa in Rinascita Scott (filone abbreviato) a 20 anni di reclusione.
  • Salvatore Morelli, detto “Turi l’americano”, catturato dopo un periodo di latitanza, è uno dei capi delle cosiddette “nuove leve” della ‘ndrangheta di Vibo. Ex luogotenente del boss scissionista oggi pentito Andrea Mantella, è stato condannato in primo grado in Rinascita Scott a 28 anni e 4 mesi di reclusione.
  • Rosario Pugliese, alias Cassarola, è considerato il boss del quartiere Affaccio di Vibo. Condannato a 28 anni di reclusione in primo grado nell’ambito del maxi processo Rinascita Scott. Era sfuggito a una prima cattura, si è costituito successivamente ed è accusato di associazione mafiosa ed estorsioni.
  • Rosario Battaglia, 39 anni, esponente di spicco del clan Piscopisani, è considerato uno dei capi del “locale” di Piscopio (frazione di Vibo). È emerso come figura chiave nella faida contro il clan Patania di Stefanaconi nei primi anni 2010. Arrestato nell’operazione Rimpiazzo, Battaglia ha ricevuto una pesante condanna: 28 anni e 3 mesi in appello, confermati in Cassazione nel 2025. La sua detenzione dura già da alcuni anni in regime speciale: un segnale forte, poiché rappresenta la nuova generazione di boss vibonesi finita anch’essa sotto chiave.
  • Rosario Fiorillo, detto “Pulcino, nonostante la giovane età ha un curriculum criminale di tutto rispetto alle spalle. Il primo omicidio sarebbe stato da lui compiuto all’età di 15 anni quando avrebbe ucciso l’amante della madre al cimitero di Piscopio. E’ ritenuto un killer sanguinario ed è stato condannato a 30 anni di carcere nell’ambito della faida con i Patania di Stefanaconi e a 19 anni e 1 mese in Rimpiazzo.
  • Saverio Razionale, 63 anni, boss dell’area di San Gregorio d’Ippona, legato alla cosca Fiarè-Gasparro. Già coinvolto negli anni ’80 nella faida di San Gregorio, Razionale è tornato alla ribalta con Rinascita Scott: è stato condannato a 30 anni nello stralcio relativo agli omicidi. E’ noto per aver tessuto – secondo le tesi accusatorie – la rete della cosca nell’area di Roma (dove si era trasferito), mostrando l’espansione extra-regionale dei clan vibonesi.
  • Gregorio Gasparro, è invece ritenuto il luogotenente del clan di San Gregorio ed è considerato il braccio operativo di Saverio Razionale sul territorio. Condannato in Rinascita Scott a 16 anni di reclusione nel filone abbreviato.
  • Michele Galati, è ritenuto il capo della ‘ndrina di Paravati, locale di Mileto. Imputato nel maxi processo Maestrale-Carthago per associazione mafiosa, traffico di armi e droga, oltre a estorsioni e un lungo elenco di reati fine.
  • Salvatore Galati, vertice del locale storico di Mileto, vicino ai Mancuso di Limbadi, accusato di associazione mafiosa sta scontando l’ergastolo comminato nel processo denominato “Tirreno”.
  • Michele Silvano Mazzeo, esponente di primo piano della ‘ndrina di Comparni, condannato a 8 anni e 2 mesi in via definitiva nell’operazione Rimpiazzo. E’ accusato di associazione mafiosa.
  • Pasquale Pititto, il boss sulla sedia a rotelle, storico capo del clan di Mileto, condannato a 25 anni in via definitiva nell’ambito del processo Tirreno. Tra i presunti affiliati ai clan militesi reclusi al 41 bis figurano anche Domenico Polito, detto “Ciota” (condannato all’ergastolo in primo grado nel filone abbreviato di Maestrale Carthago) e Vincenzo Corso (17 anni in primo grado nell’abbreviato di Maestral Carthago).
  • Bruno Emanuele, 53 anni, capobastone delle Preserre vibonesi, originario di Ariola di Gerocarne. Ha un curriculum criminale sanguinoso alle spalle: già condannato all’ergastolo in via definitiva per una serie di omicidi (tra cui il duplice omicidio dei fratelli Loielo nel 2002)​. Emanuele è stato condannato a 24 anni nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Luce nei Boschi”.
  • Francesco Maiolo, è considerato esponente di spicco dell’omonimo clan di Acquaro ed è considerato il mandante della strage di Ariola contro i Loielo. Al 41 bis c’è anche il fratello Angelo Maiolo. Entrambi sono stati arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia Habanero.
  • Antonino Accorinti, 65 anni. Riconosciuto boss dell’omonimo clan di Briatico, costola dei Mancuso sulla costa vibonese. Arrestato nell’operazione Costa Pulita (2016), è stato condannato in via definitiva a 12 anni per associazione mafiosa. Gli Accorinti controllavano il territorio di Briatico. Al 41-bis è ristretto anche un altro esponente di spicco della criminalità organizzata di Briatico, Simone Melluso, imputato nella maxi inchiesta Costa Pulita.
  • Antonio Giuseppe Accorinti, detto Peppone, è invece il capo clan di Zungri e dell’Altoporo vibonese. Condannato per associazione mafiosa, duplice omicidio e traffico internazionale di droga sta scontando l’ergastolo ed è anche lui, ovviamente, detenuto al 41-bis essendo considerato uno dei più sanguinari boss del Vibonese.
  • Francesco Barbieri, 60 anni, noto anche con il soprannome di “Carnera”, è ritenuto il capo della ‘ndrina di Cessaniti, arrestato nell’ambito dell’operazione “Maestrale-Carthago”, già condannato in primo grado a 24 anni nel maxi processo Rinascita Scott.
  • Leone Soriano è ritenuto il capo dell’omonimo clan di Filandari. Da anni si trova recluso in carcere e recentemente è diventata definitiva la condanna a 20 anni di reclusione (Processo Nemea) per associazione mafiosa e narcotraffico oltre ad estorsioni ed armi.

Un successo giudiziario senza precedenti

In Calabria, mai prima d’ora si era vista una concentrazione così alta di detenuti al 41 bis provenienti da una singola area. La “bonifica” del Vibonese è il frutto di uno sforzo sinergico di investigatori e magistrati. Il risultato è straordinario: la provincia un tempo feudo incontrastato dei Mancuso – dove per decenni omicidi e affari illeciti sono prosperati nell’ombra – è oggi quella col maggior numero di boss in carcere duro, simbolo di una riscossa dello Stato. La capitale del 41 bis considerato l’alto numero di detenuti al carcere duro in rapporto alla popolazione residente.

Certo, la partita non è finita. Molti processi devono concludersi nei gradi successivi, e la ’ndrangheta – si sa – tende a rigenerarsi se trova vuoti di potere e nota l’abbassamento della guardia. Ma il segnale lanciato nel Vibonese è potentissimo: nessuno è intoccabile. I boss anziani che credevano di farla franca fino a fine pena, e i rampolli che sognavano di ereditarne il posto, si ritrovano invece a scontare lo loro pena nel regime detentivo più pesante e temuto, privati del loro status e tagliati fuori dal mondo. È un cambio di rotta epocale rispetto ai tempi in cui questi stessi personaggi venivano talvolta ignorati o sottovalutati.

Guai ad illudersi o cantare vittoria. La strada è ancora lunga, ma il muro d’omertà e di paura è stato infranto picconata dopo picconata, a colpi di inchieste, arresti e condanne. Dietro quelle porte blindate del 41 bis si sta per chiudere un capitolo buio e si inizia a intravedere la luce di un futuro in cui a comandare non sono più i “padrini” ma la legge dello Stato.

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