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8 Aprile 2026
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Dal narcotraffico al welfare mafioso, Curcio spiega il sistema economico dei clan di ‘ndrangheta nelle Serre vibonesi

Il capo della Dda di Catanzaro sottolinea la pericolosità della cosca: "I profitti venivano versati nella cosiddetta bacinella, una sorta di welfare illecito dell'organizzazione che serviva per l’assistenza agli associati"

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Un’organizzazione radicata, violenta e al tempo stesso capace di evolversi e proiettarsi oltre i confini regionali. È la fotografia tracciata dagli inquirenti dopo il blitz della Polizia di Stato, coordinato dalla Dda di Catanzaro, che ha portato all’esecuzione di 54 misure cautelari colpendo la cosca Emanuele-Idà di Gerocarne, attiva nel territorio delle Preserre vibonesi. Al centro dell’inchiesta il cosiddetto Locale di Ariola, ritenuto uno snodo strategico della ‘ndrangheta nella zona tra Gerocarne, Soriano Calabro, Sorianello e Vazzano.

Un territorio ad alta densità mafiosa

A sottolineare la pericolosità del contesto è stato il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Salvatore Curcio, durante la conferenza stampa: “L’importanza di questa attività di indagine risiede innanzitutto nella particolare pericolosità sociale di questo gruppo di ‘ndrangheta”.

Un’area, quella delle Serre vibonesi, che resta sotto osservazione per la persistenza di dinamiche violente: “La zona delle Serre vibonesi è particolarmente attenzionata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro perché presenta delle particolari e spiccate pericolosità in quanto spesso e volentieri si fa ancora il ricorso alle armi e ai fatti di sangue”. Un quadro che, ha aggiunto il procuratore, continua a generare “particolare allarme sociale e preoccupazione”.

Il narcotraffico e il “welfare mafioso”

L’inchiesta individua nel narcotraffico il principale motore economico del gruppo. Un sistema strutturato che alimentava una vera e propria cassa comune interna. “Anche il locale di Ariola trovava nel narcotraffico il suo momento di autofinanziamento”, ha spiegato Curcio. I proventi, secondo quanto emerso, confluivano nella cosiddetta “bacinella strumentale”, un sistema di assistenza interna: “L’associato che finisce in carcere deve essere mantenuto dall’organizzazione, la famiglia dell’associato deve essere mantenuta dall’organizzazione, le spese legali dell’associato devono essere affrontate dall’organizzazione”. Un modello che gli investigatori definiscono una forma di welfare mafioso, funzionale alla tenuta e alla coesione del gruppo.

La rete al Nord e i collegamenti esterni

Le indagini hanno documentato una rete di traffici che si estendeva ben oltre la Calabria. Il gruppo era in grado di movimentare ingenti quantitativi di droga verso Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia. In questo contesto emerge il nome di Marco Ferdico, già coinvolto nell’inchiesta “Doppia Curva”. Secondo quanto riferito dal procuratore: “Rappresentava il terminale del narcotraffico a Milano e nell’hinterland milanese, in modo particolare nella provincia di Monza Brianza, per conto del locale di Ariola”.

Documentati anche contatti con altre organizzazioni mafiose: “Sono stati documentati anche rapporti con esponenti di Cosa Nostra nel caso dell’assistenza a un latitante siciliano”.

Droga, armi e comunicazioni criptate

Nel corso dell’indagine sono stati sequestrati oltre 410 chilogrammi di marijuana, 1,5 chilogrammi di cocaina, hashish, eroina e diverse armi, tra cui una pistola mitragliatrice. L’organizzazione utilizzava strumenti tecnologici avanzati per eludere i controlli: “Si avvaleva comunque delle piattaforme di messaggistica più avanzate nelle comunicazioni per il traffico di droga”, ha evidenziato Curcio. Un elemento che ha imposto un cambio di passo anche sul piano investigativo: “Oggi sono necessarie manovre di più ampio respiro che richiedono un coordinamento transnazionale”.

Un “Giano bifronte”: tradizione e modernità

A sintetizzare la natura del gruppo è stato il direttore dello Sco, Marco Calì, che ha parlato di un’organizzazione capace di combinare elementi tradizionali e innovazione: “Un’indagine strategica perché ci ha consentito di riscontrare l’evoluzione della cosca, ora imprenditrice, ma sempre con il Dna della violenza”. Una struttura che mantiene la famiglia come pilastro ma si adatta ai nuovi scenari criminali: “La base familiare resta il pilastro di queste organizzazioni, capaci però poi di rigenerarsi ma anche di stringere alleanze e di adeguarsi alle innovazioni tecnologiche: insomma un Giano bifronte”.

Violenza diffusa e radicamento criminale

Il profilo delineato dagli investigatori restituisce l’immagine di una consorteria storicamente consolidata: “Quella degli Emanuele-Idà è storicamente una famiglia mafiosa, come accertato dalle sentenze”, ha spiegato Sergio Leo della Squadra Mobile di Vibo Valentia.

Due le direttrici principali: “Il narcotraffico ma anche l’utilizzo smodato e gratuito della violenza, non solo contro clan avversi – come dimostra un tentato omicidio con assalto a una macchina – ma anche per risolvere altro genere di controversie”. Un livello di brutalità che, secondo quanto riferito in conferenza stampa, ha trovato riscontro anche in episodi di violenza gratuita, come colpi d’arma da fuoco esplosi contro animali.

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