24 Settembre 2026
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Dalla Coppa del Mondo al processo sulla ’ndrangheta, Iaquinta difende il padre: “Paghiamo per il cognome, non per altro”

L'ex attaccante si racconta: "Il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Le pistole? Un'ingenuità, erano regolarmente dichiarate"

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Per Vincenzo Iaquinta il ricordo del Mondiale vinto con l’Italia convive con una battaglia che occupa da anni la sua vita: quella per il padre Giuseppe. In un’intervista alla Gazzetta dello Sport, l’ex attaccante manifesta tutta la sua paura per le condizioni del genitore in carcere e ribadisce di ritenerlo innocente. La sua convinzione personale si scontra con una sentenza definitiva: nell’ambito del processo Aemilia, Giuseppe Iaquinta è stato condannato a 13 anni per associazione mafiosa.

“Paghiamo per il cognome”

Iaquinta descrive il peso pubblico della vicenda con una frase: “Prima mi chiamavano campione del mondo, oggi sono considerato un mafioso”. Nell’intervista sostiene che la sua famiglia subisca un giudizio legato al nome che porta: “Paghiamo per il cognome, non per altro”. Sono le parole con cui contesta la condanna del padre e racconta le conseguenze che il processo ha avuto sulla propria vita.

Le due posizioni giudiziarie vanno però tenute distinte. Vincenzo Iaquinta è stato condannato a due anni, con pena sospesa, per reati relativi alle armi: la condanna è stata confermata in appello. I giudici di primo grado lo hanno ritenuto estraneo all’associazione mafiosa, escludendo l’aggravante contestata nell’ambito della vicenda delle armi. Il padre Giuseppe è stato invece condannato per la partecipazione all’associazione mafiosa; la pena di 13 anni è diventata definitiva nel 2022. Nell’intervista, l’ex calciatore definisce un’ingenuità la gestione delle due pistole di sua proprietà finite nella disponibilità del padre. Continua a respingere ogni legame della famiglia con la mafia e annuncia che non smetterà di battersi per Giuseppe.

Il Mondiale e le lacrime del padre

Quando la conversazione torna al calcio, riaffiora soprattutto Germania 2006. Iaquinta ricorda il gol segnato al Ghana nella prima partita dell’Italia e le lacrime del padre dopo l’incontro. Alla Gazzetta racconta anche l’emozione della finale e il momento in cui Fabio Cannavaro alzò la coppa: il traguardo di un percorso cominciato lontano dai grandi stadi. C’è poi l’Udinese di Luciano Spalletti, con Antonio Di Natale e la tripletta al Panathinaikos in Champions League. Di Marcello Lippi ricorda la capacità di tenere unito il gruppo azzurro. Alla Juventus, invece, il rimpianto è legato ad Antonio Conte: avrebbe voluto giocare nella sua squadra, ma gli infortuni finirono per fermarlo ancora una volta. Nella stessa intervista stanno così due racconti che Iaquinta fatica a separare. Da una parte il campione del mondo, il gol al Ghana e una carriera ai massimi livelli. Dall’altra il figlio che oggi teme per suo padre e continua a contestarne la condanna. È da questa distanza tra memoria sportiva e vicenda familiare che nasce la forza, e il dolore, delle sue dichiarazioni.

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