C’è un uomo che conosce Vibo Valentia in tutti i suoi volti pur non essendo vibonese di nascita. Eppure ricorda questa città da ragazzo, quando ci veniva con il padre e la percepiva come una città signorile, piena di cultura e di bellezza. La conosce da magistrato, quando ha dovuto fare i conti con una realtà molto diversa: una provincia in mano alla criminalità organizzata, dove non si muoveva foglia senza il consenso dei clan. E la saluta oggi, nel suo ultimo giorno in procura, con la consapevolezza di chi ha contribuito a cambiarla. Si chiama Camillo Falvo. È cresciuto a San Pietro a Maida, terra di mezzo tra Lamezia Terme e Vibo. Ha trascorso dodici anni a combattere la ‘ndrangheta e il malaffare, prima dalla postazione privilegiata della Dda di Catanzaro, poi come Procuratore della Repubblica di Vibo Valentia. Da lunedì si insedia a Potenza, dove guiderà la Procura Distrettuale. Prima di partire, ha concesso a Calabria7 l’ultima intervista esclusiva.
La Vibo che ricordava e quella che ha trovato
Falvo cresce a San Pietro a Maida. Per le superiori sceglie Lamezia, perché Vibo è più distante e richiederebbe di svegliarsi ancora prima. Ma la conosce, la ricorda con affetto: il 501, i matrimoni, l’Acquapark, il mare meraviglioso. “Tutti quanti per le cose belle ci spostavamo più sul Vibonese“, racconta. Poi arriva la toga, e con essa un altro sguardo. “I collaboratori di giustizia hanno descritto una Vibo completamente diversa da quella che io ricordavo. Una Vibo praticamente in mano alla criminalità organizzata, dove non si muoveva foglia senza che loro lo consentissero“. È questa la Vibo che trova quando arriva come sostituto in applicazione dalla Dda, agli inizi della sua carriera. È questa la Vibo che ritrova, ancora più complicata, quando torna da Procuratore nel 2019. “Vibo era la città con il più alto tasso di crimini violenti“, scrive nelle relazioni annuali di quegli anni. “Si sparava per qualsiasi cosa. Dalla lite del figlio si andava a sparare alla finestra, si faceva un incidente per strada e andavano a prendere il fucile“.
Rinascita Scott: la scommessa di Gratteri
Il nome di quella stagione è noto: operazione Rinascita Scott, eseguita il 19 dicembre 2019, la più grande operazione antimafia della storia calabrese. Ma pochi conoscono come è nata, e quanto fosse incerta la posta in gioco. Falvo racconta che tutto inizia nel 2014. Lui è solo, apre almeno quattro o cinque contenitori di indagine su tutte le cosche del Vibonese. Il nucleo originario riguarda soltanto i Mancuso. Il nome “Rinascita” doveva indicare proprio la cosca che si ricompattava dopo l’uscita dal carcere del super boss Luigi Mancuso. “Poi Rinascita è diventato l’opposto — sorride — è diventato il simbolo della rinascita di Vibo“.
È Nicola Gratteri, quando arriva alla guida della Dda di Catanzaro, a voler alzare l’asticella. “Mi disse: Vibo è la parte più complessa, io voglio fare una cosa grossa. Possiamo riunire tutti questi procedimenti?” Falvo ammette di essere stato inizialmente scettico. Le difficoltà erano enormi: oltre 450 imputati, misure cautelari da emettere, riesami, udienze preliminari da celebrare prima della scadenza dei termini. “Era una scommessa“, dice. “Alla fine abbiamo deciso di riunirli con Giovanni Bombardieri e con Nicola. Ed è stata una scommessa vinta“.
La storia nella storia: il pentimento di Mantella
Tra le storie che Falvo porta con sé, una è particolarmente rivelatrice del metodo con cui ha lavorato. Si tratta del pentimento di Andrea Mantella, considerato dagli stessi ambienti criminali il più efferato tra i killer del fronte anti-Mancuso, degli “scissionisti” che per anni avevano insanguinato la provincia. Falvo porta avanti un procedimento a suo carico. Sa che le prove non reggono, che l’imputato verrà assolto. Chiede l’assoluzione con formula piena, non dubitativa, perché i fatti non lo condannano. Mantella viene prosciolto e da dietro le sbarre, poco prima di uscire dal carcere, invia una missiva al magistrato. “Mi disse: non avevo mai sentito un magistrato essere così corretto. Se posso pentirmi con lei, voglio collaborare“. Falvo gli lascia il tempo di pensarci. Lo incontra, lo ascolta. Da quegli interrogatori — decine, in pochi mesi — riemerge una ricostruzione profonda delle dinamiche criminali vibonesi che nessun altro poteva offrire. “Mantella aveva una conoscenza più profonda delle dinamiche vibonesi“, spiega Falvo. “Era l’uomo che tutti aspettavano per ricompattare quella parte della criminalità che voleva fare la guerra ai Mancuso“.

Disarmare una provincia
Rinascita Scott è la storia più conosciuta. Ma c’è un’altra battaglia, meno raccontata, che Falvo considera altrettanto decisiva: il disarmo della provincia di Vibo Valentia. “Sapevamo che la provincia di Vibo era forse quella dove c’erano più armi rispetto alla popolazione“, ricorda. “Questo determinava quel primato triste dell’essere la provincia con il più alto tasso di crimini violenti“. Gente con l’Alzheimer trovata in possesso di fucili e pistole. Arsenali domestici che trasformavano ogni lite in una potenziale sparatoria. La risposta è sistematica: settimane intere di perquisizioni, sequestri, attivazione di ogni fonte disponibile. “Ho detto alle forze dell’ordine: la prima cosa che dobbiamo fare è disarmarli“. Il risultato è che la Procura di Vibo diventa, nonostante non sia distrettuale, quella che invia più lavoro al Ris di Messina in materia di armi rispetto a molte procure distrettuali di maggiori dimensioni.
L’ufficio che lascia, la Vibo che viene
Falvo è arrivato in una procura con magistrati gravati da 1.500 o 1.600 fascicoli a testa. Ne lascia una che lavora in tempo reale. Ha aperto le porte a chiunque volesse parlare — cittadini, istituzioni, giornalisti — convinto che la fiducia non si imponga, si costruisca. “Ho ricevuto molto più di quello che ho dato, probabilmente, a questa città“, dice con una sincerità disarmante.
Sul futuro è guardingo, ma non pessimista. “Ci sono segnali che di tanto in tanto qualcuno tenta di rialzare la testa. Ma non troverà più quell’ambiente, quel terreno fertile“. Il territorio, dice, è cambiato in profondità. Non tanto nelle statistiche — che pure sono cambiate — quanto nella mentalità. “Per tanto tempo, intercettando, sentivamo gente che si fregiava della vicinanza al capobastone di turno. Dopo Rinascita Scott non è più successo“.
Bombardieri è a Torino. Gratteri è a Napoli. Falvo andrà a Potenza. Tre nomi pesanti che lasciano la Calabria nel giro di pochi anni. Ma lui non è la fine di un ciclo. “Salvatore Curcio conosce bene il territorio. Le ultime operazioni lo dimostrano“. E le ultime operazioni confermano che quella macchina non si è fermata.
Vibo, il tratto di mare più bello d’Italia
C’è un’ultima cosa che Falvo dice, quasi sottovoce, prima di chiudere. Non riguarda le indagini, né le condanne, né i numeri. Riguarda quello che Vibo potrebbe essere, liberata dal peso che l’ha schiacciata per decenni. “Il tratto di mare secondo me più bello d’Italia. Senza dubbio“. È partito da San Pietro a Maida bambino, vedendo in Vibo una città signorile. Ci torna da magistrato e la trova nel buio. La lascia oggi convinto che quel buio sia alle spalle. E lo dice con la calma di chi ha visto davvero entrambe le facce.






