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8 Aprile 2026
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Ferdico e l’inchiesta della Dda di Catanzaro: l’ex capo ultrà dell’Inter nelle chat criptate si chiamava Juventus

Dal tifo nerazzurro al narcotraffico per conto delle famiglie di 'ndrangheta delle Preserre vibonesi. L'ordinanza del gip svela i rapporti con gli Idà e lo inquadra come pusher delle 'ndrine a Milano

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C’è qualcosa di paradossale nel destino di Marco Ferdico. L’ex capo ultras dell’Inter — il club della sua vita, quello per cui si batteva sulle curve — nelle comunicazioni cifrate del clan veniva chiamato “Juventus“. O anche “il calciatore”. Un soprannome che, nell’ironia involontaria dei presunti affiliati ai clan del Locale di Ariola, enclave della ‘ndrangheta vibonese, riassume tutto: l’uomo che doveva essere il simbolo del nemico calcistico è diventato il simbolo di qualcosa di ben più grave.

Nato a Vimercate il 2 settembre 1985, residente a Carugate, Ferdico è finito nel mirino degli inquirenti nell’ambito dell’operazione che ha disarticolato quella che – secondo la Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio è una delle cosca di ‘ndrangheta più pericolose quella facente capo alla famiglia Emanuele-Idà. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

Chi è Ferdico: “la macchinetta” del narcotraffico lombardo

Nell’economia criminale della consorteria, Ferdico non è un pesce piccolo. È il pusher di riferimento dell’intera organizzazione nel Nord Italia, con la piazza di Milano come territorio operativo. Nelle intercettazioni tra Franco Idà (detto “Nuccio”, il reggente della cosca) e il nipote Marco Idà, il trentanovenne di Carugate viene descritto con un epiteto eloquente: “una macchinetta”. Il termine non è casuale. Ferdico, secondo quanto emerge dall’ordinanza, reinveste immediatamente i proventi di ogni cessione per estinguere i debiti dell’acquisto precedente — cocaina (“la bianca“), hashish (“il fumo“), marijuana (“l’erba“) — senza mai restare “sotto” con l’organizzazione. La sua efficienza finanziaria è tale che i vertici del clan lo considerano un elemento “prezioso“, indispensabile, di cui è “sempre buono averlo” a disposizione. Un episodio, riportato nelle intercettazioni, cristallizza meglio di ogni analisi il suo profilo: 8 kg di hashish tenuti in garage, venduti tutti in una sola mattinata.

I capi d’accusa: 72 chili di marijuana e l’operazione Civitanova

L’ordinanza del gip gli contesta la partecipazione a più episodi di narcotraffico, per quantitativi tutt’altro che simbolici. Ferdico è accusato di aver detenuto a fini di spaccio 8 kg di hashish. È in questo contesto che compare il soprannome “il calciatore”: i presunti boss ne parlano apertamente, citando la sua capacità di smaltire il carico con rapidità chirurgica. Il quadro si fa più articolato. Ferdico è coinvolto nella pianificazione di una consegna di 40 kg di marijuana destinata a Civitanova Marche, in concorso con Marco Idà e il fornitore reggino Pietro Parisi. La logistica era meticolosa: 45.000 euro sigillati con lo scotch in una busta, consegnati al corriere affinché non ne conoscesse l’esatto ammontare. Marco Idà, preoccupato che “Juventus” fosse già finito nel mirino degli investigatori dopo un passaggio in Questura, gli suggerisce esplicitamente di non presentarsi allo scarico: “non è meglio se non vai per niente allo scarico… io lo dico per te che non vorrei che ti hanno messo sotto indagine”. L’operazione tuttavia va storta. Gli acquirenti marchigiani restituiscono circa 20 kg di merce, definendola “nera e piena di foglie”. Marco Idà, furibondo, rinfaccia a Ferdico la “figuraccia” e la perdita economica.

Ferdico è inoltre coinvolto nella gestione di parte di un imponente carico complessivo di 72 kg di marijuana, transitato tra Calabria, Bologna e Milano attraverso corrieri e camion, con parole d’ordine in codice (“Cactus“, “Sole“) e continui aggiornamenti cifrati tra i sodali.

La fiducia del clan e il monitoraggio della fidanzata

Il livello di integrazione di Ferdico nella struttura criminale emerge anche da dettagli apparentemente marginali. I vertici della famiglia Idà conoscevano la sua vita privata: la fidanzata era tenuta d’occhio dai boss perché ritenuta un rischio per la sicurezza — “parla troppo al telefono e racconta tutto ai genitori”, secondo Franco Idà. Marco Idà lo avvertiva persino della possibilità che gli avessero installato microspie o GPS sull’auto. Non è il trattamento riservato a un semplice fornitore esterno. È la sorveglianza che si riserva a un elemento interno, prezioso quanto vulnerabile.

La misura cautelare: “pervicace capacità a delinquere”

Il gip, nell’ordinanza, delinea un profilo di “elevatissima professionalità delle condotte” e di “pervicace capacità a delinquere”, ritenendo che nessuna misura alternativa alla detenzione sarebbe idonea a contenere il pericolo di recidiva. Il vincolo associativo con la cosca, viene sottolineato, è “di lungo corso” e non presenta elementi che facciano ritenere una sua rescissione. Per Marco Ferdico — classe 1985, ex tifo nerazzurro, chiamato “Juventus”, in un’ironia che nessun derby avrebbe potuto eguagliare — le porte del carcere si sono chiuse con un’ordinanza che porta la firma del Tribunale di Catanzaro.

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