L’inchiesta della Procura di Torino sul decesso di Bernardo Pace, il detenuto di sessantadue anni trovato morto lo scorso 16 marzo nel carcere delle Vallette, prosegue sotto l’ipotesi di reato di istigazione al suicidio.
L’uomo, che stava scontando una condanna a quattordici anni inflitta a Milano nell’ambito del processo Hydra per legami tra diverse organizzazioni criminali, aveva da poco intrapreso la strada della collaborazione con la giustizia. Secondo una prima ricostruzione, Pace si sarebbe tolto la vita impiccandosi nella cella del padiglione E dove si trovava da solo, sfruttando un brevissimo lasso di tempo subito dopo il ritiro della cena.
Assenza di segni di violenza e accertamenti medico-legali
Dalle prime verifiche effettuate sul corpo del collaboratore di giustizia non sarebbero emersi elementi riconducibili a un’aggressione fisica.
I rilievi medico-legali iniziali non hanno riscontrato ecchimosi o tracce di violenza, confermando che l’uomo è stato visto vivo per l’ultima volta da un agente della penitenziaria durante la distribuzione del vitto, tra le 17:00 e le 18:30. Pace avrebbe dunque scelto con precisione il momento in cui sapeva di non essere osservato per compiere il gesto estremo, immediatamente dopo il passaggio del carrello dei pasti.
Inchiesta a tutto campo per escludere pressioni esterne
Nonostante l’ipotesi del gesto volontario sia la più accreditata, gli inquirenti mantengono alta l’attenzione e non tralasciano alcuna pista investigativa.
Prima di chiudere il caso si attendono gli esiti definitivi dell’autopsia e dei test tossicologici, oltre a una serie di verifiche di polizia giudiziaria svolte ad ampio raggio. L’obiettivo della Procura è accertare se qualcuno possa aver determinato o rafforzato l’intenzione di suicidio nel detenuto, fattispecie che prevede pene dai cinque ai dodici anni di reclusione per chiunque abbia spinto il pentito a una scelta così drammatica.






