Aveva cominciato a raccontare ai magistrati i traffici di droga, la custodia delle armi e i rapporti interni al gruppo criminale. Poi erano arrivate le pressioni perché tornasse sui suoi passi. Nell’inchiesta “Ginestra” della Dda di Catanzaro emerge anche la storia di Francesco Cufone, morto suicida a 33 anni nel carcere di Taranto il 15 giugno 2023: un percorso di collaborazione con la giustizia segnato da dichiarazioni e successive ritrattazioni. Una vicenda nella quale il progetto di allontanarsi dall’ambiente criminale si intreccia, secondo la ricostruzione investigativa, con i tentativi di indurlo a smentire quanto aveva già messo a verbale.
Dallo spaccio alla custodia delle armi
Dopo l’arresto Cufone aveva manifestato la volontà di collaborare con la giustizia. Nel ricostruire il proprio coinvolgimento nelle attività del gruppo, aveva indicato nelle difficoltà economiche la ragione del suo ingresso nel circuito della droga. Secondo le sue dichiarazioni, a offrirgli quella possibilità era stato Francesco Le Pera. Il primo incarico sarebbe stato lo spaccio; in seguito gli sarebbe stata affidata anche la custodia delle armi a disposizione del gruppo. La scoperta del deposito da parte dei carabinieri, dopo l’omicidio di Pasquale Aquino e il fallito agguato a Cosimo Marchese, aveva portato al suo arresto insieme ad altre persone.
I racconti sul gruppo e sull’omicidio Aquino
Davanti ai magistrati Cufone aveva descritto l’organizzazione interna del gruppo e riferito le preoccupazioni che Le Pera avrebbe manifestato dopo il ritrovamento dell’arsenale. Tra le armi recuperate, secondo quanto dichiarato da Cufone, Le Pera avrebbe indicato anche quelle utilizzate per l’omicidio Aquino. Un racconto da distinguere dagli accertamenti definitivi sulle singole responsabilità.
Il colloquio con la convivente e le pressioni a ritrattare
Un passaggio centrale riguarda un colloquio durante il quale Cufone aveva confidato alla convivente la decisione di collaborare. Secondo la ricostruzione riportata nell’inchiesta, la donna gli aveva risposto che la “famiglia”, intesa come il gruppo riconducibile a Giorgio Arturi, stava già provvedendo al suo sostentamento. Cufone aveva reagito opponendosi a quel sostegno: “Da quelli non devi prendere niente, li rovino tutti come loro hanno rovinato me”. La convivente gli avrebbe poi suggerito di simulare un disagio psichico e di sostenere che le dichiarazioni rese gli fossero state imposte e non corrispondessero al vero.
Una collaborazione interrotta
Nei mesi successivi la scelta di parlare si era alternata alle ritrattazioni. Il 15 giugno 2023 Cufone era stato trovato senza vita nel carcere di Taranto. La sua storia riemerge ora nelle carte di Ginestra, insieme ai verbali e alla ricostruzione delle pressioni che avrebbe subito per interrompere la collaborazione.













