Nel registro in cui Pietro Lucisano appunta la stima dei voti che può conseguire alle elezioni, accanto al nome di Antonio Mingrone compare lo stesso numero sotto tre voci: uno. Quel registro, sequestrato dalla polizia giudiziaria durante l’esecuzione della misura cautelare, finisce al centro del provvedimento con cui giovedì 5 novembre la gip distrettuale di Catanzaro Fabiana Giacchetti revoca gli arresti domiciliari all’ex consigliere comunale di Forza Italia e ne dispone “l’immediata liberazione”. Per Mingrone, coindagato nello stesso capitolo dell’inchiesta Ginestra, la revoca dei domiciliari vale “limitatamente al capo 8”. La giudice decide sull’istanza della difesa, che chiede la revoca o la sostituzione della misura “anche in ragione delle dimissioni rassegnate dall’indagato”, e nonostante il “parere negativo” della Procura. Nell’interrogatorio Lucisano rende dichiarazioni, mentre Mingrone si avvale della facoltà di non rispondere.
L’accordo che la gip non mette in discussione
Il provvedimento non mette in dubbio l’accordo. Al capo 8 la Procura contesta a Lucisano e Mingrone, in concorso tra loro, lo scambio elettorale politico-mafioso legato alle amministrative dell’8 e 9 giugno 2024, e su questo punto la giudice è netta: “Non vi è dubbio” che l’accordo, “avente ad oggetto la promessa di aiutarlo nella ricerca del lavoro a fronte della disponibilità del secondo di procacciare voti, si sia perfezionato”. Ne sono “ampia riprova le conversazioni intercettate”, scrive la gip, e il dato non è stato “oggetto di smentita” da parte dello stesso Lucisano. A cambiare il quadro è un altro passaggio dell’interrogatorio: la dichiarazione con cui l’ex consigliere punta “a sconfessare la sua consapevolezza quanto alla caratura criminale” di Mingrone. È su questo crinale che si giocherebbe la decisione.
Base, medio, max: un voto
Per la gip quel dato “non è meramente asserito dall’indagato”, perché trova conferma nel registro sequestrato. In quelle pagine l’ex consigliere stima i consensi che può raccogliere e, accanto a vari nominativi, compare anche quello di Mingrone, con il numero 1 sotto le tre voci “base-medio-max”. Per la giudice quelle voci “verosimilmente corrispondono ad una valutazione media dei voti” che ciascuno dei soggetti indicati può portare al candidato, “appunto tra un minimo ed un massimo”.
Dalle conversazioni emerge che Lucisano punta a ottenere da Mingrone “quanti più voti possibili”. Nel suo registro, però, gliene attribuisce uno soltanto, sia nell’ipotesi minima sia in quella massima. Per la gip questa annotazione “pone in dubbio la tesi della Procura”, che nell’accordo vede la volontà di Lucisano “di avvicinare un soggetto appartenente ad ambienti ’ndranghetistici capaci di garantirgli (almeno in astratto) un consistente bacino di voti, grazie alla forza di intimidazione di cui gode”.
Il vulnus
La conclusione la gip: i dati richiamati “creano un vulnus all’interno delle indagini, ponendo un dubbio sulla correttezza dell’impostazione accusatoria, minando la gravità indiziaria quanto al capo 8” nei confronti di Lucisano e Mingrone, e impongono la revoca della misura per tutti gli indagati di quel capitolo. È la stessa formula che la giudice usa, nello stesso giorno, nel provvedimento che revoca i domiciliari al sindaco Flavio Stasi. La Procura, il cui parere la gip non accoglie, può impugnare il provvedimento. La revoca riguarda la misura cautelare e lascia aperta l’indagine, nella quale per Lucisano, come per tutti gli indagati, vale la presunzione di innocenza.














