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10 Marzo 2026
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I clan di Isola Capo Rizzuto gestivano gli affari dal carcere. L’allarme di Curcio: “L’Alta Sicurezza è inadeguata”

Il procuratore della Dda di Catanzaro denuncia la permeabilità del sistema penitenziario. Secondo gli inquirenti i vertici della cosca continuavano a impartire ordini e gestire attività criminali anche durante la detenzione

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È il carcere il cuore dell’inchiesta che ha portato all’operazione antimafia “Libeccio”, illustrata questa mattina durante la conferenza stampa nella sede della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Un’indagine che, secondo gli inquirenti, ha fatto emergere un dato ritenuto particolarmente inquietante: i vertici della cosca continuavano a dirigere l’organizzazione direttamente dalle sezioni detentive di alta sicurezza.

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’indagine riguarda proprio la direzione dell’organizzazione direttamente dal carcere. Il procuratore della Repubblica di Catanzaro Salvatore Curcio ha sottolineato la particolarità dell’inchiesta, spiegando come l’operazione si inserisca nel solco di una serie di indagini sul “locale” di Isola Capo Rizzuto. “L’operazione di oggi si ricollega ad altre attività investigative che hanno riguardato l’ultrattività del locale di Isola Capo Rizzuto, una consorteria che continua a caratterizzarsi per le tipiche attività mafiose come le estorsioni, la disponibilità di armi e la presenza di elementi strutturali classici della ’ndrangheta, come la cosiddetta bacinella o cassa comune”.

I boss comandavano dall’Alta Sicurezza

Il procuratore ha quindi evidenziato quello che considera l’aspetto più inquietante dell’indagine. “La caratteristica principale di questa organizzazione è il fatto che era diretta e organizzata da detenuti e detenuti in regime di alta sicurezza. Questo rappresenta un campanello di allarme molto forte perché dimostra la permeabilità del sistema carcerario”.

Secondo Curcio, il vertice della cosca continuava a operare anche dalle celle, mantenendo i contatti con gli affiliati all’esterno e con altri esponenti della criminalità organizzata. “In totale i vertici erano cinque e interloquivano sia all’interno sia all’esterno delle carceri e anche con altri boss. Questo dimostra come, nonostante lo stato di detenzione, l’organizzazione sia stata in grado di continuare a impartire direttive e a gestire le proprie attività criminali”.

Il procuratore ha quindi insistito sulla necessità di una riflessione sul sistema penitenziario, soprattutto per quanto riguarda le sezioni di alta sicurezza. “Le carceri di alta sicurezza attualmente sono inadeguate a garantire la impermeabilità. Questa indagine rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme. Serve una profonda riflessione sul sistema e sui circuiti detentivi”.

Curcio ha poi aggiunto che la diffusione del fenomeno riguarda strutture penitenziarie distribuite su tutto il territorio nazionale. “Quanto emerso in questa indagine, con detenuti che impartiscono ordini dalle carceri sparse in tutta Italia, evidenzia una situazione di assoluta precarietà del sistema. Le sezioni di alta sicurezza risultano tali solo nominalmente e sono assolutamente inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito”.

Infine il procuratore ha rivolto un appello alle istituzioni competenti. “Auspichiamo che vi sia quanto prima un intervento concreto da parte del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per ridisegnare i circuiti di detenzione e garantire che il sistema di alta sicurezza torni a essere realmente tale”.

Cellulari in carcere e direttive ai clan

Secondo quanto spiegato dal comandante provinciale dei carabinieri di Crotone Raffaele Giovinazzo, l’indagine è partita da un episodio preciso. “L’indagine di oggi è frutto della collaborazione consolidata tra l’Arma dei Carabinieri di Crotone e il Ros e nasce dal danneggiamento di un’impresa del settore elettrico che eseguiva un appalto dell’Enel”.

Da quel punto gli investigatori hanno scoperto come i boss detenuti continuassero a gestire gli affari del clan grazie ai telefoni cellulari. “Abbiamo accertato la capacità del locale di Isola, attraverso l’uso di cellulari in carcere, e quindi la disponibilità dei detenuti e la loro possibilità di intervenire sui loro business anche dal carcere e per questioni meramente personali”.

Secondo gli investigatori, i detenuti avrebbero avuto un ruolo anche nei trasferimenti tra istituti penitenziari, mentre una delle principali preoccupazioni di uno dei capi, Pasquale Manfredi, soprannominato “Scarface”, era l’eventuale applicazione del 41 bis.

I rapporti tra le cosche e la pax mafiosa

L’inchiesta ha consentito anche di ricostruire l’assetto attuale del locale di Isola Capo Rizzuto, consolidatosi dopo la pax mafiosa seguita alla guerra di ’ndrangheta degli anni Duemila. Secondo gli investigatori, le cosche Arena e Manfredi avrebbero mantenuto rapporti operativi con altri gruppi criminali del territorio, con Tommaso Gentile nel ruolo di intermediario tra i clan. “Abbiamo accertato i collegamenti tra le cosche di Isola e quelle del Reggino storicamente leader nel narcotraffico”, ha spiegato ancora Giovinazzo.

Il messaggio dello Stato

Nel corso della conferenza stampa è intervenuto anche il vicecomandante del Ros, Paolo Vincenzoni, che ha sottolineato la portata dell’operazione. “La forza di attacco messa in campo stanotte dallo Stato e dai nostri uomini è stata imponente, era necessario dare un segnale e lo abbiamo fatto”.

L’inchiesta si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari, mentre gli investigatori continuano ad analizzare il materiale raccolto per ricostruire tutti i livelli operativi della struttura criminale che, secondo l’accusa, continuava a gestire estorsioni, narcotraffico e affari della cosca anche dalle celle delle carceri italiane.

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