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8 Aprile 2026
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I summit per far evadere dal carcere il boss Bruno Emanuele e le gerarchie all’interno della locale di Ariola

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Raffaele Moscato e Bartolomeo Arena agli atti dell'inchiesta della Dda di Catanzaro nome in codice Jerokarni

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Non solo le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, servizi di osservazione e controllo, sequestri, ma anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, hanno consentito ad inquirenti ed investigatori di fare quadrato sull’ esistenza e operatività all’interno della locale dell’Ariola, della ‘ndrina “Emanuele-Idà”, attiva sui territori di Vazzano, Soriano Calabro, Sorianello e Gerocarne, delineandone ruoli e gerarchie, che oggi ha portato gli uomini della Polizia a notificare 54 misure cautelari vergate dal gip Arianna Roccia su richiesta della Dda di Catanzaro nell’ambito dell’inchiesta “Jeracarni”. 

Gli incontri per pianificare l’evasione del boss

“Diverse volte abbiamo provato a far evadere Bruno Emanuele dal carcere, allo scopo abbiamo fatto decine di incontri, in particolare con un certo Pasquale di Cassano Jonio, con Linuccio Idà, con Giovanni Emmanuele, con Domenico con l’Audi A3 e con un sodale di Pasquale di Cassano, di cui non ricordo il nome ma che potrei riconoscere in foto”. Nei verbali di interrogatorio agli atti dell’inchiesta della Dda di Catanzaro, il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato, ex esponente di spicco della consorteria dei Piscopisani, cugino di Linuccio Idà, strettamente legato al reggente del gruppo di ‘ndrangheta di Gerocarne, riferisce una circostanza iavvenuta in uno degli incontri in cui si escogitava il modo per far uscire dal carcere l’uomo di vertice degli Emanuele. “Giovanni Emmanuele ipotizzò di uccidere anche le 4 o 5 guardie carcerarie, perché lui non si doveva chiamare Giovanni ma il Sanguinario” …“ed io risposi che se devi venire con questa testa, stattene a casa”, nel senso che non doveva assolutamente sparare in quanto non dovevano restare uccisi degli innocenti”.

Il timore del 41bis

Questi summit, secondo il narrato del pentito si sarebbero ripetuti decine e decine di volte, perché non si riusciva a realizzare quanto pianificato per via delle varie operazioni di polizia: “l’ultima volta hanno arrestato Emmanuele per il fatto delle armi, nell’operazione denominata Calibro 12 a Soriano, la penultima volta, invece, era avvenuto l’arresto, in Puglia, di Pasquale di Cassano per cocaina ed eroina”. L’evasione sarebbe dovuta avvenire mentre Bruno Emanuele “aveva il processo a Cosenza”, che gli costò l’ergastolo per l’omicidio dei Bruzzese, a titolo di favore fatto a Forastefano. Bruno Emanuelle doveva essere liberato, perché si temeva potesse essere mandato al 41 bis, “poi non avremmo più potuto liberarlo”.

Il detentore della bacinella

Moscato individua anche chi detiene la bacinella del gruppo criminale: “So che anche gli Emanuele sono finanziati da un signore di circa 55-60, che io ho incontrato tre o quattro volte, una delle quali anche a Falerna, se non ricordo male si chiama Antonio o Domenico (anche perché io lo chiamavo compare), bassino che ha dei mezzi, ed è lui che raccoglie le estorsioni a nome di Bruno Emanuele e poi glieli dà agli appartenenti al gruppo un po’ alla volta”. Informazione fornitagli da Giovanni Emmanuele: “questo signore una volta è venuto a Villa San Giovanni per parlare della liberazione di Bruno Emanuele; un’altra volta Giovanni Emmanuele mi disse che quella stessa mattina questo signore gli aveva dato 10mila euro, lamentandosi del fatto che, altre volte, quando gliene chiedeva 10, gliene dava la metà; da lì ho capito che è lui che tiene la bacinella degli Emanuele e solo lui credo che possa andare a chiedere i soldi delle estorsioni per Bruno Emanuele.

Ruoli e gerarchie tracciati dal pentito Arena

 Il collaboratore di giustizia Bartolomea Arena rivela ruoli e gerarchie nei suoi verbali di interrogatorio, riferendo che Franco Idà, detto “Nuccio o Linuccio”, è reggente del gruppo criminale degli Emanuele di Gerocarne in assenza dei cognati Bruno Emanuele, definito dal pentito boss dell’Ariola e Gaetano che fa le veci di Bruno in sua assenza, mentre Domenico Zannino, detto “Testazza”, il facente funzioni degli “Emanuele”, gerarchicamente subordinato ai germani Emanuele e in assenza del loro cognato Linuccio”. E’ considerato il coordinatore “sui territori di Soriano, Sorianello, Gerocarne, Ariola, Pizzoni, Fago Savini, durante il periodo di detenzione dei Maiolo era referente di Acquaro”. Michele Idà, figlio di Linuccio, attivo nel settore del narcotraffico; Antonino Grillo, componente del gruppo criminale degli Emanuele di Gerocarne, braccio destro di Zannino con mansioni di controllo del territorio; Domenico Tassone, detto “u colò”, membro del gruppo di fuoco degli Emanuele, mentre Antonio Campisi, detto “Totò”, componente della frangia dei Mancuso- Cuturello-Rizzo, viene definito dal pentito molto pericoloso, alleato con i Piscopisani, facente parte del commando preorganizzato per eseguire l’eliminazione fisica di Pantaleone Mancuso detto Scarpuni. Giovanni Emmanuele “fa parte del gruppo di fuoco degli Emanuele, ma non sono cugini. So che è uno dei più agguerriti, come Domenico Zannino che è capo dell’ala militare degli Emanuele. E’ stato sparato: un proiettile lo ha colpito al cuore e ciò nonostante non è morto.

Il pù pericoloso del gruppo Loiero

Questo mi fu raccontato da Domenico Zannino che mi disse che loro avevano un obiettivo, quello di prendere, per fare un agguato, ad un uomo considerato il più pericoloso del gruppo Loielo, si tratta di Alex Nesci”. Nesci era imprendibile e si vociferava che la notte andava a dormire da una maestra di Gerocarne che era la sua amante e che però ogni notte cambiava dormitorio”. In base al narrato di Arena, Nesci era legato ad un altro del gruppo Loielo che si chiama Pasquale De Masi, cugino di Zannino, dei Suppa e dei Ciconte, riferendosi alla famiglia di quel Ciconte al quale hanno messo la bomba sotto la macchina. Salvatore Zannino, è un azionista degli Emanuele, attivo nel settore delle estorsioni e dello spaccio di stupefacenti. Nel corso dei vari interrogatori, Arena ha approfondito ulteriori aspetti sull’evoluzione storica della ‘ndrina degli Emanuele nell’ambito del locale dell’Ariola e al relativo organigramma, individuando in posizione verticistica Antonio Altamura, cui erano collegati i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele, che controllavano la zona che da Fago Savini si estende fino a Vazzano, Domenico Camillò come “capo della zona di Ariola-Gerocarne, locale riconosciuta a tutti gli effetti dal Crimine di Polsi. 

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