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1 Marzo 2026
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Il giudice chiude Iacchité: sequestro e oscuramento totale per stalking e diffamazione. Ricorso al Riesame di Catanzaro

Il provvedimento del Tribunale di Cosenza nasce dalle denunce del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto e arriva dopo una lunga istruttoria e una fase di oscuramenti parziali

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Il gip del Tribunale di Cosenza ha disposto il sequestro preventivo con oscuramento del sito iacchite.blog e di qualsiasi altro dominio con contenuti analoghi riconducibili allo stesso autore. Il provvedimento arriva al termine di una lunga istruttoria ed è fondato su una duplice contestazione: diffamazione aggravata a mezzo web e atti persecutori ai danni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Il decreto, firmato dalla giudice Letizia Benigno, rappresenta un passaggio rilevante nel delicato equilibrio tra libertà di espressione, diritto di critica politica e tutela della reputazione personale, soprattutto quando il terreno di scontro è quello del web.

Dal singolo articolo all’oscuramento totale

In una prima fase, la Procura aveva chiesto l’oscuramento dell’intero sito. Una richiesta inizialmente respinta dal gip, che aveva ritenuto sproporzionata la misura rispetto ai fatti allora contestati e non attuali le esigenze cautelari. Successivamente, a gennaio 2026, era stato disposto soltanto l’oscuramento di alcuni articoli specifici, ritenuti gravemente diffamatori.

Il quadro cambia con la terza richiesta del pubblico ministero, supportata da nuovi elementi. Secondo quanto ricostruito nel decreto, tra ottobre 2024 e ottobre 2025 sarebbero stati pubblicati 145 articoli riferiti alla stessa persona offesa, 87 dei quali concentrati in appena tre mesi. Una produzione ritenuta dal giudice non più episodica, ma seriale, tale da configurare un accanimento comunicativo continuativo.

Il confine superato tra critica e offesa

Nel decreto si sottolinea che, pur in presenza di temi di interesse pubblico e di una figura politica di primo piano, il linguaggio utilizzato avrebbe oltrepassato il limite della continenza, requisito essenziale del diritto di cronaca e di critica. Secondo il GIP, la reiterazione di espressioni fortemente denigratorie, unite alla frequenza quotidiana delle pubblicazioni, avrebbe trasformato la critica politica in attacco personale sistematico.

Il giudice richiama anche il concetto sociologico di “macchina del fango”, utilizzato per descrivere quei fenomeni comunicativi che, soprattutto online, producono un effetto moltiplicatore dell’offesa, incidendo sulla sfera emotiva e personale della vittima.

Non una testata giornalistica, ma un blog

Un passaggio centrale del provvedimento riguarda la qualificazione giuridica del sito. Il GIP evidenzia che, alla data dei fatti, iacchite.blog non risultava registrato come testata giornalistica, a seguito della cancellazione dal registro del Tribunale di Cosenza nel gennaio 2024. Questo elemento consente, secondo la giurisprudenza richiamata, il sequestro preventivo del blog, misura invece preclusa per le testate giornalistiche regolarmente registrate, salvo casi eccezionali. La distinzione, ribadita dalla Corte di Cassazione, tra giornale online e blog personale, è decisiva per la legittimità del provvedimento adottato.

Il precedente “Corona” e il tema della libertà sul web

Il caso richiama inevitabilmente altri precedenti giurisprudenziali noti, come quello che ha coinvolto Fabrizio Corona, nei quali la magistratura con il sequestro delle piattaforme digitali non assimilabili alla stampa tradizionale o alle testate giornalistiche registrate. In questi casi, secondo quanto sostenuto dal gip di Cosenza, il nodo non riguarda la critica in sé o il dissenso politico, ma la natura del mezzo utilizzato, la continuità della condotta e l’effetto complessivo prodotto sulla persona offesa.

Anche nel provvedimento che dispone l’oscuramento di Iacchitè, infatti, il giudice sottolinea che la misura non è adottata per il singolo contenuto, ma per una condotta ritenuta reiterata e seriale, tale da rendere inefficace il semplice oscuramento dei singoli articoli. In questa prospettiva, l’oscuramento totale del sito viene indicato come l’unico strumento idoneo a prevenire la reiterazione della condotta contestata, soprattutto alla luce del fatto che, in passato, analoghi interventi limitati non avrebbero impedito la prosecuzione delle pubblicazioni. Il decreto evidenzia inoltre che la valutazione sulla proporzionalità della misura tiene conto anche dei precedenti penali specifici dell’indagato per reati analoghi, elemento che rafforza – secondo il giudice – il pericolo di reiterazione e giustifica il ricorso allo strumento più invasivo previsto dal codice di procedura penale.

La posizione e la difesa di Gabriele Carchidi

La replica di Gabriele Carchidi è arrivata sui social contestando radicalmente la ricostruzione contenuta nel decreto. Secondo la sua versione, il dominio iacchite.blog era stato regolarmente registrato come testata giornalistica nel 2019, e la cancellazione dal registro nel 2024 sarebbe stata una conseguenza amministrativa temporanea, legata alla sospensione del direttore responsabile, sospensione che – sottolinea – sarebbe da tempo cessata.

Carchidi ha inoltre annunciato l’intenzione di registrare nuovamente la testata, presentare ricorso al Tribunale del Riesame e proseguire la propria attività informativa su un nuovo dominio. Gli atti finiranno quindi a Catanzaro per un nuovo giudizio atteso nelle prossime settimane, non oltre il mese di marzo. La difesa, rappresentata dall’avvocato Nicola Mondelli, ribadisce che l’attività svolta si fonderebbe su atti pubblici e documentazione giudiziaria, rivendicando il diritto di critica e di inchiesta. “Continueremo a scrivere quello che pensiamo e quello che è contenuto in centinaia e centinaia di atti pubblici”, promette Carchidi.

Da parte sua l’oscuramento del sito viene letto come un segnale di convergenza tra potere politico e giudiziario, soprattutto nel contesto del dibattito nazionale sulla riforma della giustizia e sul referendum. “L’oscuramento di Iacchité, nei fatti, smentisce la narrazione dei poveri magistrati secondo cui, in caso di vittoria del Sì al referendum, i pm finirebbero alla mercé della politica. La realtà – scrive – dimostra che non è così. Quando gli interessi coincidono, politica e magistratura si saldano, diventando complici negli stessi equilibri e negli stessi intrallazzi. Ed è proprio questa convergenza, che si manifesta nei momenti decisivi, che smaschera la retorica dello scontro permanente tra i due poteri: quella dei magistrati, sul referendum, non è una battaglia per difendere l’autonomia o la democrazia: questa è l’apparenza. In realtà, è solo una questione di rapporti di forza, di redistribuzione del potere tra due caste che, all’occorrenza — come tutti possono vedere — sanno perfettamente trovare un punto d’intesa”.

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