× Sponsor
3 Marzo 2026
7.4 C
Calabria
spot_img

Il fronte del no scende in campo a Catanzaro: “Non è una riforma della giustizia ma un colpo alla Costituzione”

Magistrati, giuristi, professori, avvocati uniti contro la riforma Nordio: "Si indebolisce il Csm, si riduce l’indipendenza della magistratura, si mette a rischio l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge"

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

Non uno scontro corporativo, non una difesa di privilegi, ma una battaglia dichiaratamente costituzionale. È questo il filo conduttore dell’incontro che si è tenuto a Catanzaro, nella sala convegni dell’Istituto “Ercolino Scalfaro”, per la presentazione dell’articolazione territoriale del “Comitato a difesa della Costituzione e per il No al referendum”.

Un appuntamento che ha visto la partecipazione di magistrati, avvocati, professori universitari e cittadini comuni, chiamati a confrontarsi su una riforma che – secondo i promotori – viene raccontata come una soluzione ai mali della giustizia, ma che in realtà incide sulle architravi dello Stato democratico.

Il Comitato, promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati, nasce come struttura aperta e trasversale, capace di coinvolgere la società civile ben oltre i confini della magistratura. E proprio questo è il messaggio politico e culturale che ha attraversato tutti gli interventi: il referendum non riguarda una categoria, riguarda tutti i cittadini.

Andrea Lollo: “Qui non si difende una corporazione, ma la Costituzione”

È Andrea Lollo, avvocato e professore di diritto costituzionale, portavoce del Comitato referendario, a chiarire fin dall’inizio la natura dell’iniziativa. “Questo Comitato non è rivolto soltanto ai magistrati – precisa – ma alla cittadinanza tutta: agli avvocati, ai professori universitari, al mondo accademico nel suo complesso“. Il cuore della mobilitazione è, secondo Lollo, un tema che non può essere ridotto a slogan. “Parliamo di una riforma che intende ridisegnare l’assetto costituzionale della magistratura così come è stato disegnato dai Costituenti», spiega, denunciando una narrazione pubblica che «nasconde il vero obiettivo dell’intervento dietro la formula della separazione delle carriere“.

Una formula che, ricorda il professore, non giustifica affatto una revisione costituzionale: “La Corte costituzionale ha chiarito più volte che la separazione delle carriere poteva essere introdotta con una legge ordinaria. Non c’era alcun bisogno di stravolgere la Costituzione né di modificare la parte centrale dell’ordinamento giudiziario“. Il punto critico, per Lollo, è l’incisione indiretta ma sostanziale sull’autonomia della magistratura. “È vero che formalmente il principio di autonomia non viene modificato – osserva – ma si interviene sui suoi corollari fondamentali: sull’organizzazione del Csm, sulla sua composizione, sulla sua funzione di garanzia“.

Particolarmente severo il giudizio sul meccanismo del sorteggio dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. “Si introduce il sorteggio in un organo che è per sua natura un organo di rappresentanza democratica», afferma, definendo la scelta «assolutamente irrazionale“. E richiama una celebre metafora filosofica: “Diceva Socrate che nessuno sorteggerebbe il capitano di una nave, perché ci sono funzioni che presuppongono competenze che non possono essere affidate al caso”. Lollo evidenzia poi una contraddizione interna alla riforma: “Si proclama la separazione delle carriere, ma poi si istituisce un’Alta Corte disciplinare composta da giudici e pubblici ministeri insieme». Un assetto che, osserva, «riunisce le carriere proprio in uno dei momenti più delicati, quello dell’esercizio della funzione giurisdizionale“.

Il professore respinge anche l’argomento secondo cui la riforma servirebbe a contrastare il correntismo. “Più che limitare le degenerazioni del correntismo, qui si finisce per comprimere la libertà di manifestazione del pensiero dei magistrati», avverte, ricordando che si tratta di «un principio fondamentale, riconosciuto dalla Corte costituzionale, seppur con limiti specifici“. Da qui una conclusione netta: “È una proposta che va bocciata“, afferma Lollo, annunciando l’impegno del Comitato nel “sensibilizzare l’opinione pubblica e mediatica su ciò che realmente è in gioco“. Non manca, infine, un passaggio critico verso una parte dell’avvocatura schierata per il Sì. “Io penso che molti avvocati che oggi sostengono questa riforma saranno i primi a pentirsene», avverte. Il rischio, secondo Lollo, è quello di «isolare il pubblico ministero rispetto ai giudici“, incentivando “un eccesso di iniziative penali che finiranno per alluvionare gli uffici giudicanti“. Il risultato? “Un indebolimento, e non un rafforzamento, del giudice come terzo imparziale“, conclude. E con esso, “una messa a dura prova dei diritti fondamentali dei cittadini, proprio in nome dei quali la riforma pretende di intervenire“.

Piero Santese: “La separazione delle carriere è un pretesto”

È Piero Santese, coordinatore del Comitato per il No nel distretto di Catanzaro, a rimarcare con forza la natura aperta e trasversale del Comitato. “Il Comitato per il No è promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati, ma è un comitato aperto a tutti i cittadini“, chiarisce, sottolineando come l’adesione vada ben oltre il perimetro della magistratura. “Nel nostro distretto – che comprende le province di Catanzaro, Cosenza, Vibo Valentia e Crotone – sono già iscritti tantissimi cittadini che non sono magistrati», spiega Santese. «Parliamo di professori universitari, avvocati, medici, ingegneri, studenti: una partecipazione ampia, pluralista, trasversale“.

Il cuore del suo intervento è un appello alla corretta informazione. “I cittadini devono essere informati realmente sul contenuto di questa riforma“, afferma, denunciando una comunicazione pubblica che “spaccia questa riforma come una riforma sulla separazione delle carriere, quando in realtà il suo obiettivo principale non è affatto quello“. Santese entra quindi nel merito del testo costituzionale: “Qui si taglia, si spezzetta il Consiglio Superiore della Magistratura“, spiega, “dividendolo in due Csm distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e creando inoltre un’altra Corte di giustizia, un giudice speciale riservato ai magistrati“. Una scelta che, secondo il coordinatore, ha un significato preciso: “Ridurre l’indipendenza della magistratura“.

Le conseguenze, avverte, sono tutt’altro che astratte. “Se si riduce l’indipendenza della magistratura, il potere giudiziario – pensato dai padri costituenti come potere pariordinato rispetto all’esecutivo – diventa inevitabilmente un potere sottoordinato“. E questo, sottolinea Santese, “significa una cosa sola: i cittadini non saranno più uguali davanti alla legge“. Il passaggio più delicato riguarda il ruolo del pubblico ministero. “Il potere esecutivo potrà incidere sul potere giudiziario attraverso l’assoggettamento dei pubblici ministeri al Ministro della Giustizia“, afferma, evidenziando un rischio sistemico che va ben oltre la dialettica politica contingente.

Santese smonta poi l’assunto secondo cui la riforma sarebbe necessaria per separare le carriere. “La separazione delle carriere si poteva fare tranquillamente con una legge ordinaria“, ricorda. “Non c’era alcun bisogno di modificare la Costituzione. La si modifica, invece, perché si vuole intervenire sul Csm”. Ed è proprio per questo, insiste, “che bisogna dire No“. A chi sostiene che la riforma migliorerebbe il funzionamento della giustizia, Santese replica con nettezza: “Questa riforma non toccherà il lavoro quotidiano dei magistrati, né renderà la giustizia più giusta o più efficiente». Nulla, osserva, «impatterà sui processi“. L’effetto reale è un altro: “Si interviene sulle architravi del nostro Stato democratico“.

Da qui l’affondo politico: “Questa riforma non ha nulla a che vedere con la giustizia“, afferma, chiamando in causa anche le scelte degli ultimi ministri. “Da anni diciamo ai ministri della Giustizia – prima Cartabia, poi Nordio – che per velocizzare i processi servono investimenti: in personale, in strutture, in informatica“.

La strada, secondo Santese, è un’altra: “Bisogna intervenire sulle norme processuali, soprattutto nel processo penale, e avviare una seria depenalizzazione“. Solo così, conclude, “si avrebbe un impatto reale sui tempi e sulla qualità della giustizia. Non certo con questa riforma costituzionale“.

Giovanni Strangis: “Una riforma che non risolve i problemi reali”

Il giudice del Tribunale di Catanzaro Giovanni Strangis, presidente della giunta esecutiva sezionale dell’Anm, ribadisce la natura civile e non corporativa del Comitato. “Questo Comitato – spiega – non è composto solo da magistrati. Vi partecipano professionisti, avvocati, professori, semplici cittadini che condividono l’esigenza di difendere l’autogoverno della magistratura e le garanzie di indipendenza e imparzialità”.

Strangis evidenzia come il fronte del No trovi sostegno anche nel mondo accademico: “Numerosi professori costituzionalisti hanno espresso forti perplessità sulla riforma. Questo dimostra che le nostre non sono posizioni di parte”. Poi l’affondo: “La riforma viene raccontata come la soluzione ai mali della giustizia, ma non incide in alcun modo sui problemi reali: i tempi dei processi, la carenza di personale, le strutture obsolete”. Poi denuncia il clima del dibattito pubblico: “Spesso i toni utilizzati per sostenere il Sì sono ingiusti e aggressivi nei confronti della magistratura. Ma così si alimenta solo sfiducia, non si migliora il sistema”.

Il procuratore Guarascio: “Il rischio è un pm indebolito o un super-poliziotto”

Il procuratore della Repubblica di Crotone Domenico Guarascio affronta uno degli argomenti più utilizzati a sostegno della riforma: l’idea di una presunta commistione tra giudici e pubblici ministeri. “Si vuole far credere – afferma – che i problemi della giustizia derivino da una sorta di amichettismo tra PM e giudici. Non è vero, lo dimostrano i numeri delle assoluzioni e il sistema delle impugnazioni”.

Guarascio mette in guardia dagli effetti imprevedibili della riforma: “Sganciare il pubblico ministero dalla giurisdizione può produrre due esiti ugualmente pericolosi: o un pm-super poliziotto, o un pm isolato, indebolito, remissivo“. Il procuratore di Crotone avverte: “In entrambi i casi a rimetterci sono i diritti dei più deboli. Una magistratura requirente impaurita non andrà più a colpire i potenti”. Il procuratore torna poi ai veri nodi della giustizia italiana: “Il problema è la carenza di organici, le strutture informatiche obsolete, l’assenza di investimenti. Non si risolve tutto questo modificando la Costituzione”.

Sostituto procuratore Graziella Viscomi: “Si indebolisce il Csm, si riducono le garanzie”

La sostituta procuratrice di Catanzaro Graziella Viscomi richiama con forza l’interesse dei cittadini. “Diciamo No – spiega – perché questa riforma mina l’indipendenza della magistratura e indebolisce il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura, riducendo le garanzie per tutti”. Viscomi sottolinea come la separazione delle carriere venga raccontata in modo fuorviante: “Non si spiega che cosa comporta davvero. In realtà si tratta di sottrarre il pubblico ministero alla cultura della giurisdizione“. Una cultura fondamentale, secondo Viscomi: “Il pm non deve essere una cieca accusa. Deve saper ragionare come un giudice, essere pronto a chiedere l’assoluzione quando le prove lo impongono”. Infine aggiunge un dato spesso ignorato: “Il passaggio da una funzione all’altra riguarda meno di 40 magistrati l’anno. Di fatto la separazione esiste già. Il vero obiettivo è un altro”.

Sostituto procuratore Irene Crea: “La non parità è una garanzia per i cittadini”

Chiude il confronto l’intervento della sostituta procuratrice Irene Crea, che affronta uno degli slogan più ricorrenti: la parità delle parti. “Nel nostro processo – spiega – la parità non è perfetta per una ragione strutturale: il PM è il primo giudice. Questa non parità è un valore del nostro ordinamento, non una distorsione”. Crea rivendica il ruolo del pubblico ministero come cercatore della verità: “Il PM deve essere tenuto a chiedere anche l’assoluzione. Questo tutela i cittadini”. Conclude con un appello: “Vogliamo continuare a lavorare nello stesso humus culturale del giudice. È importante che i cittadini comprendano questo valore, anche se non è facile da spiegare”.

spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE