× Sponsor
18 Febbraio 2026
10.2 C
Calabria
spot_img

Il mistero dei cadaveri sul Tirreno calabrese tra naufragi fantasma, ciclone Harry e scontro politico

Quattro corpi, nessun nome. Le Procure di Paola e Vibo indagano. Escluso il collegamento con il peschereccio “Luigino”. Le ipotesi investigative: ombre su un naufragio tra Algeria e Tunisia

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

La certezza, al momento, non c’è. E forse non arriverà mai. Ma il quadro che si sta delineando lungo la costa tirrenica calabrese ha contorni sempre più inquietanti: in dieci giorni il mare ha restituito quattro cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Il primo ritrovamento è avvenuto l’8 febbraio a Scalea. Poi altri due sul Tirreno cosentino: il 12 febbraio ad Amantea e, nelle ore successive, a Paola. L’ultimo recupero è di oggi, nelle acque antistanti la spiaggia “Le Roccette” a Tropea, nel Vibonese. Il quarto corpo, apparentemente di una donna, è stato avvistato in mattinata da alcuni studenti. Il mare mosso ne ha impedito per ore il recupero. Solo quando la corrente lo ha sospinto verso riva, i militari della Guardia costiera – sfidando le onde – sono riusciti a portarlo a terra.

Le indagini sono coordinate dalla Procura della Repubblica di Paola, guidata dal procuratore Domenico Fiordalisi, e, per l’ultimo caso, anche dalla Procura di Vibo Valentia. “Al momento – ha dichiarato Fiordalisi – non abbiamo elementi per collegare i ritrovamenti dei tre cadaveri a un naufragio in particolare e nel caso non potrei diffondere dettagli in merito”.

L’ipotesi investigativa: un naufragio “fantasma”

Tra gli investigatori circola però un’ipotesi prevalente: quella di un naufragio non segnalato, l’ennesimo “fantasma”, lungo una rotta meno battuta mediaticamente ma tutt’altro che marginale. Secondo questa ricostruzione, l’imbarcazione potrebbe essere partita dall’Algeria o dalla Tunisia con destinazione Sardegna, attraversando il Tirreno, unica rotta compatibile con il ritrovamento dei corpi su questo versante. Le altre tratte principali dell’immigrazione irregolare approdano infatti lungo lo Ionio. Un dettaglio pesa più di altri: lo stato dei corpi. In alcuni casi, a un esame esterno, non è stato possibile nemmeno stabilire il sesso. Un livello di decomposizione che suggerisce una permanenza in mare ben più lunga rispetto a pochi giorni.

Il caso del peschereccio “Luigino”: pista esclusa

Nel Tirreno risultano ufficialmente due dispersi: Antonio Morlè, 53 anni, ed Enrico Piras, 63, vittime dell’affondamento del peschereccio Luigino, andato a picco l’11 febbraio al largo di Santa Maria Navarrese, in Ogliastra. Ma gli elementi non coincidono. Il primo cadavere è stato ritrovato l’8 febbraio, tre giorni prima del naufragio del peschereccio. E soprattutto le condizioni dei corpi restituiti dal mare calabrese non sarebbero compatibili con una permanenza in acqua così breve. Per questo, al momento, gli inquirenti tendono a escludere un collegamento con quella tragedia.

Il ciclone Harry e l’ombra dei mille dispersi

A riaccendere i riflettori è una nota della Flai Cgil di Cosenza, che richiama i dati diffusi da Mediterranea Saving Humans: “Potrebbero essere 1.000 i migranti dispersi nel Mediterraneo durante il ciclone Harry”. Secondo le ricostruzioni, tra il 14 e il 21 gennaio 2026 sarebbero partite almeno otto imbarcazioni da Sfax, proprio nei giorni in cui il Mediterraneo veniva investito dal ciclone Harry: onde fino a 16 metri e raffiche cicloniche.

Le testimonianze raccolte da attivisti e reti di monitoraggio parlano di partenze anche da altri punti della costa tunisina, a partire dal 15 gennaio. Se quei barconi fossero stati travolti dalla tempesta, i corpi potrebbero aver percorso centinaia di miglia prima di essere restituiti dal mare sulle coste calabresi. La Flai Cgil parla di “una tragedia evitabile” e di “un sistema che ha deliberatamente indebolito la rete di salvataggio proprio mentre la crisi climatica rende il mare ancora più ostile”.

Lo scontro politico: “Non è una fatalità”

Dure anche le parole di Marco Grimaldi, vicecapogruppo di Avs alla Camera: “Le mareggiate che hanno restituito sulle coste di Calabria e Sicilia più di quindici corpi non sono una fatalità: sono il risultato diretto di politiche che trasformano il Mediterraneo in un confine di morte”. E ancora: “L’ignavia istituzionale è diventata una strategia: lasciare che sia l’acqua a fare ciò che la politica non vuole assumersi la responsabilità di cambiare”. Parole che riportano il tema migratorio al centro del confronto politico, tra chi rivendica il calo degli sbarchi e chi denuncia un aumento dei dispersi invisibili, lontani dai radar dell’informazione.

spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE