Sono ancora in fuga i due indagati ritenuti di primo piano nella cosca Emanuele-Idà e sfuggiti alla cattura nell’ambito dell’operazione antimafia Jerakarni. Si tratta di Domenico Zannino, 37 anni, di Sorianello, e Michele Idà, 29 anni, di Ariola di Gerocarne, entrambi destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip distrettuale. Sulle loro tracce c’è la Polizia che ha eseguito il blitz al culmine di un’articolata inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha portato all’arresto di 44 indagati su 46. All’appello mancano solo loro due: Domenico Zannino, ritenuto Il reggente del clan Emanuele e il figlio del boss Franco Idà.
Chi è “Testazza”: il reggente che sfidava i Loielo
Domenico Zannino, soprannome “Testazza”, non è un gregario. Per gli inquirenti è il capo dell’ala militare del clan, il reggente nominato quando Bruno e Gaetano Emanuele finiscono in cella e il loro cognato Franco Idà non può operare. Su di lui, l’accusa è pesante: organizzatore e coordinatore del sodalizio, braccio destro dei capi, “imprescindibile per la sopravvivenza e l’affermazione del clan sul territorio”.
Il suo raggio d’azione era vasto: secondo l’accusa controllava sei o sette territori — Soriano, Sorianello, Gerocarne, Ariola, Pizzoni, Fago Savini e Acquaro — fungendo da punto di riferimento per tutti gli affari della cosca in quella fascia di entroterra. Riscuoteva e custodiva personalmente i proventi illeciti delle estorsioni per conto dei vertici, pianificava agguati armati contro il clan rivale dei Loielo ed era a conoscenza della posizione dei nascondigli contenenti armi da guerra, compresi Kalashnikov e bazooka.
Nel 2012 sfuggì egli stesso a un tentativo di omicidio orchestrato dai Loielo: il movente era proprio il suo controllo ferreo sulle estorsioni nel territorio. Una vita in bilico tra il ruolo di predatore e quello di bersaglio, tipica dei vertici della ‘ndrangheta vibonese. Gli atti dell’inchiesta riservano anche un passaggio scomodo sul piano politico: Zannino avrebbe coltivato rapporti con professionisti, imprenditori e politici, inclusi “conniventi esponenti dell’amministrazione comunale di Soriano Calabro e dei paesi limitrofi”.
Il figlio del boss: 29 anni, bacinella del narco e latitanti di Cosa Nostra in auto
Michele Idà è il figlio di Franco Idà, detto “Nuccio” o “Linuccio”, uno dei vertici storici della cosca. Ventinove anni, residente ad Ariola di Gerocarne, è descritto dagli inquirenti come il braccio destro del padre: ne eseguiva gli ordini, ne coordinava i sodali, ne gestiva gli affari più pericolosi.
Sul fronte del narcotraffico, insieme al cugino Marco Idà era tra i principali organizzatori del settore, con gestione diretta della “bacinella” — la cassa comune del clan — e pianificazione di ingenti carichi di cocaina e marijuana. Dalle indagini emerge una spregiudicatezza nell’uso delle armi che il gip definisce fuori dal comune: Michele Idà è stato ripreso mentre gestiva depositi di armi in zone boschive e avrebbe esploso colpi in luoghi pubblici per, secondo le intercettazioni, “scaricare la tensione“.
Il suo curriculum criminale travalica i confini della Calabria. Ha fornito supporto determinante alla latitanza del parente Giovanni Emmanuele e — dettaglio di rilievo nazionale — ha trasportato un latitante di Cosa Nostra della famiglia Santapaola-Ercolano dalla Puglia alla Calabria, saldando così i rapporti operativi tra la ‘ndrangheta vibonese e la mafia siciliana. Ha inoltre organizzato e condotto personalmente la spedizione punitiva ai danni di Nazzareno Caglioti. Quando la polizia ha arrestato sua sorella Arianna, ha guidato un gruppo di sodali in una aggressione violenta e minacciosa contro le forze dell’ordine intervenute sul posto. Il gip ha motivato la misura cautelare in carcere richiamando espressamente la sua “pervicace capacità a delinquere” e il ruolo centrale nel sodalizio.








