C’è un dettaglio nell’ordinanza cautelare firmata dal gip distrettuale di Catanzaro, Gilda Danila Romano, che fa più paura di qualsiasi intercettazione, di qualsiasi sequestro di droga, di qualsiasi bilancio criminale: la certezza che il clan Maiolo di Acquaro non lavorasse da solo. A coprirne le spalle, secondo quanto ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e dalla Guardia di Finanza, c’erano figure interne alle istituzioni, pronte a tradire per vendere informazioni preziose ai narcotrafficanti.
Il gip lo scrive in modo netto, senza attenuanti, nella sezione dedicata alle esigenze cautelari: il gruppo Maiolo era “coadiuvato nella loro attività criminale dalle informazioni ottenute da infedeli servitori dello Stato, in grado di fornire loro indicazioni circa la sussistenza di indagini o attenzioni da parte dell’Autorità Giudiziaria e delle Forze dell’Ordine nei loro confronti”. Parole che pesano come pietre. Parole che aprono uno scenario inquietante, ancora tutto da decifrare: chi sono questi “infedeli”? Sono ancora in servizio?
Per ora, le indagini proseguono. L’identità delle presunte talpe resta ignota ma il gip, nel valutare il pericolo di inquinamento probatorio, ritiene quella rete di complicità istituzionali un elemento concreto e attuale, tale da giustificare la misura cautelare più severa: la custodia in carcere. Il gruppo Maiolo era coadiuvato dalle informazioni ottenute da infedeli servitori dello Stato, in grado di fornire loro indicazioni circa la sussistenza di indagini o attenzioni da parte dell’Autorità Giudiziaria e delle Forze dell’Ordine.
Il clan e la rete del narcotraffico
L’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza su delega della Dda di Catanzaro, ha smantellato — almeno in questa fase — il cuore operativo di una organizzazione criminale radicata nel territorio vibonese, con proiezioni su diversi nodi strategici del traffico di stupefacenti lungo la penisola. Il sodalizio faceva capo al clan Maiolo di Acquaro, comune della provincia di Vibo Valentia storicamente segnato dalla presenza della ‘ndrangheta. Le indagini hanno rivelato un sistema rodato e capillare: corrieri che si muovevano tra Nord e Sud Italia, comunicazioni cifrate attraverso dispositivi criptati come gli Sky ECC — le cui chat sono state acquisite tramite rogatoria internazionale dall’autorità giudiziaria francese — e una logistica precisa, fatta di luoghi d’incontro codificati, parole d’ordine, fotografie inviate su applicazioni di messaggistica per riconoscersi tra sconosciuti. Un meccanismo che avrebbe potuto continuare a girare indisturbato, se non fosse stato per le intercettazioni che ne hanno smontato l’ingranaggio pezzo dopo pezzo.
Al vertice della struttura criminale emerge con forza la figura di Angelo Maiolo, 42 anni nato a Vibo Valentia, cresciuto ad Acquaro, residente nel Nord Italia, oggi detenuto nella Casa di Reclusione di Milano Opera. Attorno a lui gravitavano parenti, prestanome, intermediari e corrieri, in un’architettura associativa che il gip ricostruisce con dovizia di particolari nell’ordinanza, citando conversazioni, spostamenti, quantitativi di droga e flussi di denaro.
Il decreto di fissazione: l’interrogatorio di garanzia
Dopo l’esecuzione della misura cautelare, la legge garantisce a ogni indagato il diritto a essere sentito dal giudice che ha firmato il provvedimento restrittivo. Il gip ha fissato gli interrogatori di garanzia per venerdì 27 marzo 2026, a partire dalle ore 11:00, presso il Tribunale di Catanzaro. Considerata la dispersione geografica degli indagati — detenuti in istituti penitenziari da Bologna a Nuoro, da Torino a Santa Maria Capua Vetere — il provvedimento ha disposto l’attivazione dei videocollegamenti con le rispettive Case Circondariali.
Gli indagati e i loro difensori
Il decreto elenca tredici indagati sottoposti a misura cautelare, quasi tutti in stato di custodia in carcere — con la sola eccezione di Pietro Parisi , raggiunto dagli arresti domiciliari per questo procedimento, ma già detenuto per altra causa. Gli indagati sono difesi da Giuseppe Di Renzo, Sandro D’Agostino, Nicola Pistininzi, Giuseppe Orecchio del Foro di Vibo Valentia, Marco Bosio del Foro di Imperia, Sergio Rotundo del Foro di Catanzaro, Daniele De Sanctis e Fabio Abbruzzese del Foro di Pescara, Fiorenzo Cieri del Foro di Vasto, Giuliana De Nicola del Foro di Pescara, Alessandro Bavaro del Foro di Reggio Calabria, Antonio Bernardo del Foro di Torino.
La rete si estende: complici ancora nell’ombra
L’indagine, come sottolinea il gip nell’ordinanza, è tutt’altro che chiusa. Accanto agli indagati già raggiunti dalla misura cautelare, esistono soggetti ancora non identificati che hanno preso parte attiva nelle operazioni criminali: corrieri anonimi, intermediari sfuggiti alle telecamere, figure che continuano a muoversi nell’ombra. Il gip cita esplicitamente, come esempio paradigmatico, il caso di un cugino partito dalla Puglia per consegnare stupefacente a un custode a Pescara, che a sua volta avrebbe poi smistato la merce a Roma: un tassello del mosaico criminale mai identificato, ma reale.
Questa rete di cooperanti rimasti nell’anonimato, combinata con la presenza delle presunte talpe istituzionali, è alla base della valutazione del gip sul pericolo concreto di inquinamento probatorio: gli indagati, se lasciati liberi o in misura meno restrittiva, potrebbero facilmente contattare questi soggetti e alterare fonti di prova, falsare le testimonianze, distruggere elementi utili alla ricostruzione dell’intera architettura criminale. È per questo che, per la quasi totalità degli imputati, il giudice ha ritenuto che l’unica misura adeguata fosse quella inframuraria.









