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17 Marzo 2026
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La Dda chiude il cerchio sulla “nuova” cosca Iannazzo di Lamezia: avviso di conclusione indagini per 11 (NOMI)

Sotto inchiesta undici presunti affiliati: la Dda ricostruisce la riorganizzazione della cosca dopo l’operazione Andromeda. Tra estorsioni e usura, il clan avrebbe mantenuto il controllo del territorio e ricostruito le proprie finanze

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La Dda di Catanzaro mette un punto fermo sull’evoluzione della cosca Iannazzo e formalizza la chiusura delle indagini nei confronti di undici persone ritenute, a vario titolo, coinvolte nella riorganizzazione del gruppo criminale. Il provvedimento, firmato dal pm Romano Gallo, arriva al termine di un’attività investigativa che ha già prodotto, lo scorso maggio, otto misure cautelari.

Le accuse contestate delineano un quadro pesante: si va dall’associazione mafiosa alle estorsioni, dall’usura all’intestazione fittizia di beni, fino alla detenzione di armi e all’uso illecito di cellulari in carcere. Reati che, secondo l’impianto accusatorio, fotografano una struttura ancora operativa e capace di adattarsi.

Gli indagati

Nel provvedimento di chiusura delle indagini figurano undici persone ritenute legate, a vario titolo, alla cosca Iannazzo. Si tratta di Francesco “Franco” Amantea, 70 anni, Mario Gattini, 51 anni, Antonio “Mastru ‘Ntoni” Iannazzo, 69 anni, Debora Iannazzo, 40 anni, Emanuele Iannazzo, 45 anni, Francesco “U Cafarone” Iannazzo, 71 anni, Francesco Antonio Iannazzo, 34 anni, Pierdomenico Iannazzo, 47 anni, Vincenzo Iannazzo, 36 anni, Giovannina Rizzo, 71 anni, e Giuseppe Ruffo, 36 anni.

La ricostruzione dopo l’operazione Andromeda

Al centro dell’inchiesta c’è la presunta capacità della cosca di reagire ai colpi subiti con il procedimento “Andromeda”, che aveva duramente colpito la storica articolazione Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. Proprio quel vuoto di potere avrebbe innescato una rapida riorganizzazione interna, con l’emersione di nuove figure e il rafforzamento di ruoli già esistenti.

Gli investigatori descrivono una fase di transizione tutt’altro che caotica, ma caratterizzata da una strategia precisa: ricostruire la catena di comando e garantire continuità operativa al sodalizio. In questo contesto, alcuni soggetti avrebbero assunto un ruolo chiave nella gestione delle dinamiche economiche e organizzative.

La gestione della cassa e il sostegno ai detenuti

Uno degli elementi centrali dell’indagine riguarda la cosiddetta “cassa comune” del clan. Secondo la Dda, la gestione delle risorse sarebbe stata affidata a figure ritenute di fiducia, impegnate nel reperire denaro per il sostentamento delle famiglie dei detenuti e per il pagamento delle spese legali.

Una macchina economica che, pur colpita dagli arresti, non si sarebbe mai fermata. Anzi, proprio la necessità di sostenere gli affiliati finiti in carcere avrebbe rafforzato i meccanismi di raccolta e redistribuzione del denaro, alimentando nuove attività illecite.

Il controllo del territorio e l’intermediazione mafiosa

L’inchiesta restituisce l’immagine di un gruppo capace di esercitare un controllo capillare del territorio lametino, andando ben oltre le tradizionali dinamiche estorsive. Il clan, secondo quanto ricostruito, si sarebbe imposto come un vero e proprio centro di potere parallelo, in grado di condizionare settori dell’economia locale.

Gli episodi documentati parlano di interventi diretti per imporre sconti fuori mercato presso concessionari d’auto o per esercitare pressioni su imprenditori e commercianti, costretti a saldare debiti con fornitori indicati dal gruppo. In queste operazioni, la cosca avrebbe trattenuto una percentuale come compenso per quella che gli inquirenti definiscono una vera e propria intermediazione mafiosa.

Un’organizzazione resiliente

La chiusura delle indagini segna un passaggio cruciale, ma al tempo stesso conferma la resilienza della cosca Iannazzo, capace – secondo l’accusa – di rigenerarsi anche dopo i colpi giudiziari più duri. Un’organizzazione che, pur mutando pelle, avrebbe mantenuto intatta la propria capacità di incidere sul tessuto economico e sociale del territorio.

Adesso la parola passa alla difesa. Con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, gli indagati avranno venti giorni di tempo per prendere visione degli atti, estrarre copia della documentazione, presentare memorie difensive, produrre documenti, depositare investigazioni difensive e chiedere di essere sottoposti a interrogatorio. Decorso tale termine, il pubblico ministero potrà esercitare l’azione penale.

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