Ieri sera, in prima serata su Otto e Mezzo (La7), Annamaria Frustaci, sostituto procuratore della Repubblica in forza alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, è intervenuta sul tema più divisivo del momento: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, promosso dal ministro Carlo Nordio e dal governo guidato da Giorgia Meloni. Un intervento netto, senza ambiguità, nel quale il magistrato ha spiegato — con linguaggio tecnico ma diretto — perché quella riforma non riguardi solo gli addetti ai lavori, ma tocchi la vita quotidiana di ogni cittadino.
“La giustizia è carne viva”: perché la riforma riguarda tutti
Alla domanda iniziale di Lilli Gruber — perché questa riforma colpisce direttamente i cittadini? — Frustaci risponde entrando subito nel cuore del problema: “Viene toccato un bene fondamentale, la giustizia, che spesso viene sottovalutato o bistrattato. In realtà la giustizia tocca la carne viva delle persone“. Il punto, chiarisce la pm antimafia, è la natura stessa della riforma: “È stata strutturata come una riforma di potere e non di servizio, perché interviene nei rapporti tra il potere politico e la magistratura”.
Una scelta che, avverte, non resta confinata nei palazzi: “A farne le spese sono i cittadini, che rischiano di trovarsi di fronte a magistrati influenzabili, magistrati che, nel prendere decisioni delicate, potranno temere l’azione disciplinare o essere più attenti al proprio fascicolo personale che alla tutela dei diritti violati”. E quando dall’altra parte c’è “il potente di turno“, l’equilibrio diventa ancora più fragile.
“Non facciamo politica, informiamo”: la replica alle accuse della maggioranza
Il secondo affondo arriva quando si affronta l’accusa più ricorrente rivolta alla magistratura: state facendo politica. La risposta di Frustaci è ferma: “Ritengo che sia dovere specifico e precipuo di un magistrato informare i cittadini e assumere valutazioni rigorose sul piano tecnico”. Nessuna militanza, ma analisi basate su dati: “Noi raccontiamo i rischi che si annidano dietro questa riforma partendo da osservazioni che non sono solo italiane“.
Il monito dell’Onu ignorato dal Parlamento
Qui arriva uno dei passaggi più pesanti dell’intervento, passato — come sottolinea la magistrata — quasi sotto silenzio nel dibattito pubblico: “Il 23 ottobre 2025 una Relatrice Speciale dell’ONU ha indirizzato una relazione al Governo italiano”. Un documento che richiama l’attenzione su tre articoli chiave del nuovo testo costituzionale (102, 104 e 105), quelli che ridisegnano il Consiglio Superiore della Magistratura e introducono l’Alta Corte. “La Relatrice ha il compito di vigilare sull’autonomia e indipendenza delle magistrature nel mondo, in attuazione del Patto internazionale sui diritti civili del 1978″.
Il punto più critico? “Quella relazione è stata resa pubblica il 28 ottobre 2025, ma non è stata recepita: il testo è stato approvato definitivamente il 30 ottobre“. Conclusione lapidaria: “Non è solo la magistratura italiana a sollevare dubbi. Osservatori autorevoli esterni invitano alla cautela e a un momento di riflessione che non c’è stato”.
Indipendenza, non terzietà: il vero nodo della riforma
Nel confronto con Marco Travaglio e Italo Bocchino, Frustaci chiarisce un equivoco centrale: “La separazione delle carriere esiste già, dal 2006, dalla riforma Castelli. E la terzietà del giudice è una realtà quotidiana“. I numeri lo dimostrano: “Esiste una statistica assolutoria elevata. Non ci sono giudici accondiscendenti verso il pubblico ministero”. Il problema, insiste, è un altro: “Il vero nodo è l’indipendenza della magistratura“.
Il Csm come “scudo” per i cittadini, non per i magistrati
Secondo Frustaci, il Consiglio Superiore della Magistratura non tutela la categoria, ma la collettività: “Il Csm fa da scudo non per proteggere il magistrato, ma per garantire ai cittadini decisioni uguali per tutti”. Senza quello scudo, il rischio è chiaro: “Si rischia di creare sacche di intoccabili“.
Il sorteggio: “Un precedente pericoloso”
Sul tema del sorteggio dei componenti togati, la magistrata respinge l’idea che si tratti di una paura corporativa: “Non è una questione di paura, ma di rappresentatività di un corpo elettorale“. E l’esempio è di immediata comprensione: “Quale cittadino sorteggerebbe il sindaco della propria città?”.
Il timore è che si apra una breccia: “Se scricchiola questo principio per la magistratura, che cosa accadrà dopo?“. Anche perché — aggiunge — il sorteggio non sarebbe neutro: “È pilotato per la componente politica ed è puro per la componente togata. Così si crea un equilibrio precario e pericoloso“.








