Con una pronuncia di terzo grado, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura contro l’assoluzione degli imputati per l’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco, avvenuto a Lamezia Terme nel marzo del 2002. La decisione chiude in modo definitivo il percorso giudiziario, lasciando il delitto privo di colpevoli accertati in via giudiziale.
Il ricorso riguardava in particolare la posizione di Francesco Michienzi, collaboratore di giustizia, rimasto unico imputato dopo una lunga sequenza di assoluzioni e annullamenti. La Suprema Corte ha ritenuto che le doglianze dell’accusa non superassero il vaglio di ammissibilità, rendendo così irrevocabile la sentenza assolutoria.
L’agguato del 2002 e il profilo della vittima
Torquato Ciriaco, avvocato penalista di 55 anni, venne ucciso la sera del 1° marzo 2002 mentre rientrava a casa dopo aver lasciato il suo studio legale. L’agguato avvenne lungo la strada per Cortale, quando l’auto fu bloccata e colpita da una raffica di fucile. Il veicolo finì contro un muro e per il legale non ci fu possibilità di fuga.
Fin dai primi giorni, l’omicidio venne ritenuto di matrice mafiosa. Ciriaco era un professionista noto nel territorio lametino e aveva seguito pratiche delicate, in un contesto segnato da forti interessi economici e criminali.
Le indagini e l’ipotesi del movente economico
Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, si svilupparono su più piste. Tra queste, ebbero rilievo gli appalti pubblici e in particolare i lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, oltre a una consulenza legale collegata a una società interessata all’apertura di una sala Bingo nel centro di Lamezia.
Secondo l’impostazione accusatoria, emersa anche dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, l’avvocato sarebbe stato ucciso perché ritenuto non disposto a scendere a compromessi su una questione legata all’acquisto di una cava, ritenuta strategica per interessi criminali riconducibili a cosche locali.
Le dichiarazioni dei collaboratori e il crollo in aula
Un ruolo centrale nell’inchiesta lo ebbero le dichiarazioni di Francesco Michienzi, che indicò come mandanti presunti esponenti della criminalità organizzata, tra cui Tommaso Anello e i fratelli Vincenzo e Giuseppe Fruci. Secondo il racconto, il delitto sarebbe stato deciso perché Ciriaco ostacolava affari economici ritenuti cruciali.
Tuttavia, già nei primi gradi di giudizio, quelle dichiarazioni non hanno trovato riscontri sufficienti. I fratelli Fruci, inizialmente condannati in secondo grado a 30 anni di reclusione, hanno visto le sentenze annullate dalla Cassazione. Nei successivi giudizi di rinvio, le accuse non hanno retto.
Anche la posizione di Angela Donato, madre di Santino Panarello, giovane scomparso pochi mesi dopo l’omicidio, è stata esaminata ma senza approdare a responsabilità penali definitive.
Le parole della famiglia e il peso delle intimidazioni
In un’intervista rilasciata a febbraio 2024, Giulia Serra, moglie dell’avvocato Ciriaco, ha ricostruito il clima vissuto dal marito nei mesi precedenti all’omicidio. “Mio marito era una persona che non accettava compromessi”, ha dichiarato, riferendo di intimidazioni ripetute e di una crescente preoccupazione per la propria sicurezza. Serra ha raccontato che il marito le aveva lasciato indicazioni precise, parlando apertamente del rischio di morte e raccomandandole di proteggere la figlia. La stessa Serra ha aggiunto: “Chi l’ha ucciso non si vuole sapere perché le prove ci sono. Io ritengo di sapere chi è stato”, precisando però di non poterlo dimostrare in sede giudiziaria.
La pronuncia finale e il vuoto giudiziario
Con la decisione della Cassazione, pronunciata a Roma, il procedimento si chiude senza una verità processuale. Le ipotesi investigative, pur articolate, non hanno superato il principio di prova richiesto dal processo penale.
L’omicidio di Torquato Ciriaco resta così uno dei casi irrisolti della Calabria, segnando una distanza netta tra ricostruzione investigativa e accertamento giudiziario dei fatti.









