La Corte d’Assise di Catanzaro ha condannato all’ergastolo Rocco Azzaro e Giuseppe Nicastri, ritenuti colpevoli dell’omicidio di Salvatore Di Cicco, vittima di “lupara bianca” nella Sibaritide. Il processo, istruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, ha ricostruito un episodio emblematico della violenza mafiosa nei primi anni Duemila, maturato nel crocevia criminale tra Cirò, Cassano e Corigliano Calabro.
Il tranello mortale e l’ombra dei clan
Secondo la ricostruzione dell’accusa, Di Cicco sarebbe stato attirato in trappola dal collaboratore di giustizia Ciro Nigro, con il pretesto di un affare legato all’acquisto e al trasporto di armi. I due si sarebbero allontanati da Corigliano a bordo di un’auto diretta verso Cirò, con la vittima alla guida. Giunti sul lungomare di Torretta di Crucoli, Nigro — già istruito dai mandanti, tra i quali lo stesso boss di Rossano Nicola Acri — avrebbe consegnato Di Cicco al gruppo di fuoco.
L’esecuzione e la scomparsa del corpo
Il piano, secondo quanto emerso nel dibattimento, si concluse con un colpo di pistola calibro 38, esploso da Giuseppe Spagnolo, detto “Peppe u bandito”, considerato l’esecutore materiale del delitto. Il corpo della vittima venne poi interrato con l’aiuto di un escavatore meccanico in una zona isolata di Crucoli, cancellando ogni traccia del delitto per anni.
Collaboratori di giustizia e condanne precedenti
Il caso Di Cicco è stato riaperto grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, tra cui lo stesso Nigro e Acri, già condannati in precedenza a 7 anni di reclusione. A trent’anni in rito abbreviato era stato condannato anche Spagnolo, mentre le recenti sentenze hanno riconosciuto ad Azzaro e Nicastri un ruolo determinante nella pianificazione e nell’esecuzione del delitto mafioso.
Un tassello nella mappa della violenza di ‘ndrangheta
La sentenza rappresenta un ulteriore tassello nel mosaico dei delitti di mafia che hanno insanguinato la Sibaritide tra la fine degli anni ’90 e i primi anni Duemila, in un periodo segnato da regolamenti di conti, tradimenti e scomparse eccellenti.
Il caso Di Cicco, rimasto per due decenni avvolto nel silenzio, testimonia ancora una volta la ferocia e la capacità di occultamento delle cosche della fascia ionica, dove il potere mafioso si è intrecciato per anni a interessi economici e traffici internazionali.








