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24 Marzo 2026
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Maestrale 3, il processo sul narcotraffico nel Vibonese approda in Corte d’appello per sette imputati (NOMI)

Dopo la sentenza del gup che ha ridimensionato le accuse, fissata l'udienza che apre il giudizio di secondo grado a Catanzaro. Sul banco degli imputati 'ndrangheta e rotte internazionali della cocaina

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La Terza Sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro ha emesso il decreto di citazione a giudizio nel procedimento scaturito dall’operazione antidroga “Maestrale 3”, fissando l’udienza per il prossimo 24 giugno 2026.

Chi sono i sette imputati citati in appello

Sono sette gli imputati raggiunti dal decreto di citazione, tutti già protagonisti del primo grado conclusosi davanti algup del Tribunale di Catanzaro con rito abbreviato lo scorso 9 luglio 2025. Il primo è Rocco Ascone, 25 anni, residente a Limbadi. Insieme a lui compare il padre Salvatore Ascone, 59 anni, anche lui di Limbadi, già imputato sia nell’ordinario di Maestrale Carthago che davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro nel processo per la scomparsa di Maria Chindamo. Nel decreto figura anche Francesco Barbieri, 37 anni, nato a di San Calogero, che in primo grado aveva ottenuto l’assoluzione. Tra i citati compaiono poi i due Galati: Armando, 71 anni, e Michele, 45 anni, entrambi residenti a Mileto. Chiudono l’elenco Emanuele Mancuso, 37 anni, collaboratore di giustizia, e Michele Silvano Mazzeo, detto “Stallone“, 54 anni, nato a Seregno e residente a Mileto, anche lui assolto in primo grado.

La sentenza di primo grado: condanne ridimensionate, aggravanti mafiose cadute

Il primo grado aveva restituito un quadro giudiziario articolato, segnato dall’esclusione pressoché sistematica delle aggravanti mafiose e dal parziale ridimensionamento dell’impianto accusatorio costruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. La condanna più severa era stata inflitta a Michele Galati: 20 anni di reclusione, paradossalmente superiore alla richiesta della Dda, ferma a 16 anni e 8 mesi. Il gup lo aveva ritenuto figura centrale nel presunto cartello del narcotraffico, punendo con il massimo rigore la sua posizione di vertice, pur escludendo alcune delle aggravanti più pesanti contestate dall’accusa.

Le altre condanne si erano attestate su livelli sensibilmente inferiori alle richieste del pubblico ministero. Salvatore Ascone era stato condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione e 24.000 euro di multa — a fronte dei 15 anni invocati dalla Dda — con il giudice che aveva riconosciuto la sua responsabilità solo per alcune cessioni di cocaina e marijuana, escludendo il reato associativo e le aggravanti mafiose. Per il giovane Rocco Ascone era arrivata una pena di 1 anno e 6 mesi lontanissima dai 7 anni richiesti. Armando Galati se l’era cavata con 2 anni di reclusione (l’accusa ne chiedeva 8), mentre Emanuele Mancuso, beneficiando della sua qualità di collaboratore di giustizia, era stato condannato a 3 anni e 4 mesi, in continuazione con precedenti condanne — in questo caso leggermente oltre la richiesta della Procura, ferma a 2 anni e 8 mesi.

Erano invece usciti indenni dal giudizio abbreviato Francesco Barbieri e Michele Silvano Mazzeo: per entrambi il gup aveva pronunciato sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto.

L’inchiesta: cocaina dal Sud America, marijuana dall’Albania e l’ombra della ‘ndrangheta

“Maestrale 3” è un’operazione antidroga coordinata dalla Dda di Catanzaro e condotta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Vibo Valentia, che ha puntato i riflettori su un presunto narcotraffico internazionale gestito da clan del Vibonese. Secondo la ricostruzione accusatoria, il sodalizio avrebbe organizzato rotte di approvvigionamento che partivano dal Sud America e dall’Albania, con carichi di cocaina, marijuana, eroina e hashish destinati non soltanto al mercato locale ma anche alle piazze del Centro-Nord Italia.

Tra le figure ritenute centrali dall’accusa, oltre a Michele Galati, compariva Giuseppe “Peppone” Accorinti, già coinvolto nel maxiprocesso Rinascita-Scott. La Dda aveva cercato di dimostrare l’esistenza di un’organizzazione strutturata e radicata nei territori di Mileto e Zungri, con ramificazioni nella ‘ndrangheta vibonese. Proprio la mancata affermazione del reato associativo di stampo mafioso in capo a diversi imputati ha rappresentato il punto più significativo della sentenza di primo grado, alleggerendo in misura consistente il peso complessivo delle condanne.

Il collegio difensivo

A rappresentare gli imputati nel giudizio d’appello sarà un nutrito gruppo di avvocati penalisti. Si tratta di Luigi Luppino del foro di Palmi, Antonio Caruso, Giuseppe De Luca, Giuseppe Bagnato, Diego Brancia, Antonia Nicolini, Giuseppe Di Renzo e Pamela Tassone, tutti del foro di Vibo Valentia, e Sergio Rotundo del foro di Catanzaro.

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