La sentenza del maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium non si presta a una lettura semplice. Non è una bocciatura totale dell’inchiesta, ma neppure una piena conferma dell’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Da una parte riconosce responsabilità pesanti per diversi imputati indicati dall’accusa come espressione o riferimento delle cosche del Vibonese. Dall’altra ridimensiona in modo significativo il capitolo dei rapporti esterni: quello che, nelle carte della Dda, chiamava in causa professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, sanità, politica e presunti colletti bianchi.
Il dato numerico racconta già una parte della storia: 79 condanne, 99 assoluzioni e 3 pronunce di non doversi procedere. Un bilancio enorme, maturato al termine di un processo celebrato davanti al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, presieduto da Rossella Maiorana. In aula si è chiuso il primo grado di un procedimento che ha riunito tre grandi filoni investigativi: Maestrale, Olimpo e Imperium.
Il cuore mafioso regge, ma non tutto
Le pene più pesanti colpiscono alcune figure considerate centrali nello scenario criminale vibonese. Luigi Mancuso, ritenuto dagli inquirenti figura apicale della ’ndrangheta di Limbadi e nome di assoluto peso negli equilibri criminali della provincia di Vibo Valentia, è stato condannato a 13 anni e 4 mesi, a fronte di una richiesta della Dda di 12 anni.
Condanna anche per Giuseppe Accorinti, detto “Peppone”, indicato come capocosca di Zungri: per lui il Tribunale ha disposto 12 anni e 7 mesi di reclusione. Pene pesanti anche per Francesco Barbieri, classe 1965, condannato a 13 anni e 9 mesi; per Alessandro La Rosa, condannato a 17 anni; per Pasquale Pititto, condannato a 20 anni; per Angelo Bartone, destinatario di una pena a 21 anni e 4 mesi; per Armando Galati, condannato a 21 anni; e per Salvatore Ascone, condannato a 18 anni. Nel capitolo delle condanne rientra anche Giuseppe Armando Bonavita, detto “Armando”, condannato a 22 anni. La Dda ne aveva chiesti 27. È questo il versante in cui il Tribunale ha riconosciuto responsabilità gravi, confermando almeno in parte la lettura dell’accusa sulla capacità delle cosche vibonesi di incidere sul territorio, sull’economia e sui rapporti sociali.
Il capitolo dei “colletti bianchi” si ridimensiona
L’altro lato della sentenza è quello delle assoluzioni eccellenti. Qui il dispositivo del Tribunale ridisegna il perimetro dell’inchiesta e colpisce uno dei segmenti più delicati dell’impianto accusatorio: quello dei presunti rapporti tra criminalità organizzata, mondo delle professioni, pubblica amministrazione, imprenditoria e sanità. È stato assolto con formula piena (“il fatto non sussiste”) Cesare Pasqua, ex capo del Dipartimento Prevenzione dell’Asp di Vibo Valentia. Per lui la Dda aveva chiesto 14 anni. Pasqua era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e di altri reati legati, secondo la ricostruzione dell’accusa, alla funzione pubblica ricoperta nel settore sanitario. Il Tribunale ha deciso diversamente: assoluzione accogliendo le tesi del collegio difensivo rappresentato dagli avvocati Giuseppe Bagnato e Vincenzo Pasqua che nel corso del dibattimento hanno smontato tutte le accuse.
Assolti anche i fratelli Francescantonio ed Emanuele Stillitani, imprenditori del settore turistico. La formula è la stessa, l’assoluzione ampia: il fatto non sussiste. Accuse crollate in dibattimento. Francescantonio Stillitani, ex assessore regionale ed ex sindaco di Pizzo, era uno dei nomi più noti tra gli imputati. La Procura antimafia aveva chiesto per lui 9 anni; per il fratello Emanuele 8 anni.
Assolti inoltre Raffaele Corigliano, classe 1967, imprenditore legato al settore dei supermercati, e l’architetto Francesco Barone, per entrambi con richiesta di condanna a 8 anni. Esito diverso per Domenico Colloca, alias “mubba”, imprenditore ritenuto vicino al locale di Mileto: condannato a 17 anni.
Gli avvocati assolti
Nel capitolo delle assoluzioni rientrano anche tre professionisti finiti nel maxiprocesso: Daniela Marina Garisto, Joan Azzurra Pelaggi e Francesco Stilo. Per Garisto la Dda aveva chiesto 12 anni. Per Pelaggi la richiesta era di 6 anni. Per Stilo, avvocato del foro di Lamezia Terme, la Procura antimafia aveva invocato 8 anni e 6 mesi. Il Tribunale ha assolto tutti e tre.
Le assoluzioni nell’area di Mileto e Paravati
C’è poi un altro blocco di assoluzioni che pesa molto nella lettura complessiva della sentenza. Riguarda l’area di Mileto, Paravati e San Giovanni di Mileto, con i rapporti tra famiglie, presunte gerarchie criminali e assetti territoriali ricostruiti dalla Dda. Il Tribunale ha assolto Fortunato Galati, per il quale la Dda aveva chiesto 24 anni. Nelle carte dell’accusa veniva indicato come figura di vertice della presunta articolazione di Paravati. Il dispositivo, però, ha escluso la responsabilità contestata.
Assolti anche Domenico Galati, classe 1950, per il quale erano stati chiesti 22 anni; Domenico Galati, classe 1984, destinatario di una richiesta a 19 anni; e Salvatore Galati, detto “Turi”, per il quale l’accusa aveva invocato 20 anni. Sono decisioni che incidono in profondità sul capitolo Galati, uno dei più rilevanti nella ricostruzione della Dda. Accanto alle condanne di Armando Galati a 21 anni e di Rocco Galati a 16 anni, il Tribunale ha infatti assolto altri imputati ai quali la Procura antimafia attribuiva un ruolo di primo piano.
Il fronte Mesiano, i Tavella e l’assoluzione di “Zi Micu”
Assoluzioni pesanti sul fronte dei Mesiano. Sono stati assolti Fortunato Mesiano e Francesco Mesiano, detto “Franco”, per i quali la Dda aveva chiesto 21 anni ciascuno. Assolto anche Pasquale Mesiano, alias “Pitiridi”, per il quale erano stati chiesti 20 anni. Anche in questo caso il Tribunale ha segnato una netta distanza rispetto alle richieste dell’accusa, che aveva inserito quelle posizioni nel quadro delle dinamiche criminali dell’area di Mileto e dei rapporti con altri gruppi del territorio.
Nel capitolo delle assoluzioni entra anche Domenico La Rosa, alias “Zi Micu”. Per lui la Dda aveva chiesto 19 anni. Anche il suo nome compariva nelle ricostruzioni investigative relative a rapporti, tensioni e interlocuzioni che l’accusa riteneva significative nel più ampio contesto delle relazioni criminali. Il verdetto, però, è stato di assoluzione. Assolta Tomasina Certo, moglie del boss Tonino La Rosa, per la quale la Dda aveva chiesto 16 anni. Tra le assoluzioni che pesano figurano anche quelle di Benito Tavella e Rocco Tavella, a fronte di richieste rispettivamente di 17 e 18 anni. Fortunato Tavella, invece, è stato condannato a 16 anni e 8 mesi.
Una sentenza a doppia lettura
Ora la parola passerà alle motivazioni. Saranno quelle a chiarire perché il Tribunale ha ritenuto provate alcune accuse e non altre, perché ha inflitto pene pesanti a diversi imputati e perché, invece, ha assolto figure sulle quali la Dda aveva avanzato richieste di condanna molto rilevanti. Poi verrà il tempo delle valutazioni processuali: la Dda potrà decidere se impugnare le assoluzioni, mentre gli imputati condannati potranno ricorrere in appello.










