La detenzione di una pianta di marijuana e di diversi involucri di stupefacente non equivale automaticamente a un’attività di spaccio, anche in presenza di precedenti specifici. Lo ha stabilito la Corte di Appello di Reggio Calabria che, riformando integralmente la decisione del Tribunale, ha assolto R.B. (classe ’88) dall’accusa di detenzione illecita finalizzata alla cessione a terzi.
Dalla condanna all’assoluzione
In primo grado era prevalsa la linea della Procura: le modalità di conservazione della droga e il profilo dell’imputato avevano portato a una sentenza di condanna. Tuttavia, la difesa, curata dall’avvocato Fabio Tuscano, ha impugnato il verdetto contestando il teorema accusatorio. Mentre l’accusa sollecitava la conferma della pena, la strategia difensiva ha puntato tutto sulla “ricostruzione alternativa”: quella del consumo strettamente privato.
La carenza di prove per la vendita
La Corte d’Appello, dopo una valutazione sistematica del materiale probatorio, ha giudicato attendibile la tesi difensiva. I giudici hanno evidenziato la “modestia del dato quantitativo” e, soprattutto, l’assenza totale degli indicatori tipici che caratterizzano il mercato del narcotraffico.
Presso l’abitazione dell’uomo, infatti, non sono stati rinvenuti: Denaro contante riconducibile a transazioni illecite; Bilancini di precisione per la pesatura; Strumenti per il confezionamento o la suddivisione in dosi.
Accogliendo le argomentazioni del legale, i magistrati hanno riconosciuto la plausibilità del possesso per uso personale, assolvendo B.R. “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”. La sentenza restituisce dignità alla distinzione tra condotta penalmente rilevante e illecito amministrativo, smontando l’ipotesi di una presunta organizzazione finalizzata alla vendita.








