C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui la provincia di Vibo Valentia — oggi tra le più colpite dal 41-bis — sembrava una terra impermeabile allo Stato. Poi arrivarono anni di fuoco giudiziario, indagini fiume, arresti eccellenti e processi storici. In quella stagione irripetibile, tra gli artefici della riscossa istituzionale contro le potenti consorterie mafiose vibonesi, c’era anche lei: Marisa Manzini, allora sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello dello stesso capoluogo.
Insieme all’attuale questore Rodolfo Ruperti, guidò inchieste cruciali contro i clan Mancuso, La Rosa, Lo Bianco e altri, aprendo la strada al maxi-processo Rinascita-Scott, simbolo della nuova stagione della Dda di Catanzaro. Ma la sua battaglia non si è mai fermata. Non solo in aula, ma anche fuori, con la scrittura e gli incontri pubblici, Manzini ha scelto di raccontare la ‘ndrangheta da una prospettiva inedita, dando voce anche al ruolo delle donne e denunciando le insidie della delegittimazione della magistratura antimafia, la più subdola delle trappole.
Dottoressa Manzini, lei è stata protagonista di una stagione irripetibile nel contrasto alla ’ndrangheta vibonese, una delle più pericolose e strutturate. Oggi, a distanza di anni, quanto è stato scardinato davvero e quanto invece è ancora sommerso, in un territorio dove le consorterie mafiose tendono a riorganizzarsi anche dopo pesantissimi colpi giudiziari?
“La ‘ndrangheta ha caratteristiche peculiari, che la differenziano dalle altre organizzazioni criminali. La sua forza sta nella famiglia, nei legami di sangue. Proprio questa caratteristica consente alla ndrangheta di rigenerarsi. Anche dopo le operazioni di polizia che conducono in carcere i capi, i figli e i nipoti continuano l’attività criminale mafiosa operando con metodi rinnovati. Soprattutto, gli ‘ndranghetisti, con il tempo, hanno assunto un ruolo attivo nella economia, divenendo direttamente titolari di attività o, più frequentemente, utilizzando persone apparentemente pulite quali prestanome. La capacità di infiltrazione della ‘ndrangheta nei territori, e in quello vibonese in particolare, è certamente dimostrata dalle vicende giudiziarie che hanno interessato appartenenti al mondo economico e a quello professionale e istituzionale”.
Molte delle sue indagini sono confluite nel maxi-processo Rinascita-Scott, simbolo di una nuova stagione della DDA di Catanzaro. Che significato ha avuto per lei vedere quel lavoro approdare in un’aula bunker e diventare un momento storico nella lotta alla mafia?
“Le indagini condotte nei primi anni duemila, quando io mi occupavo, presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, del territorio compreso nel circondario di Vibo Valentia, hanno consentito di pervenire al riconoscimento giudiziario delle associazioni ndranghetiste che per decenni avevano operato su quel territorio. I Mancuso, i Lo Bianco, i La Rosa, i Fiarè e altri gruppi delle Serre vibonesi sono stati riconosciuti all’esito delle indagini e dei processi in cui io rappresentavo l’accusa. Quei processi sono stati la base, le fondamenta su cui lavorare per costruire il processo Rinascita Scott. Sono stati un passaggio obbligato senza il quale non sarebbe stato possibile ampliare il raggio d’azione e ricostruire gli ulteriori collegamenti, giungendo a dimostrare la unitarietà della ‘ndrangheta. Un grande lavoro che, però, non avrebbe potuto prescindere dai risultati già ottenuti”.
Lei ha scritto più volte del ruolo delle donne all’interno delle famiglie mafiose: da custodi del codice d’onore a pedine attive nei traffici e nel mantenimento del potere criminale. A che punto siamo nella comprensione e nel contrasto di questo fenomeno che continua a sfuggire a certi stereotipi?
“La tipicità della ‘ndrangheta, che trova la propria forza nella famiglia, mi ha portato, nel corso della professione, ad interrogarmi sul ruolo di assoluto rilievo delle componenti umane del nucleo famigliare. La donna, per troppo tempo, è stata sottovalutata e ritenuta figura secondaria, senza ruoli all’interno delle organizzazioni. I collaboratori di giustizia (sempre troppo pochi), che hanno fornito un quadro dall’interno della organizzazione, hanno escluso che le donne potessero essere “battezzate” all’interno della ‘ndrangheta, con la conseguenza di non potere assumere le cariche formali previste per gli uomini. Se questo è certamente vero, non significa, però, che le donne non possano tenere condotte che concretizzano la fattispecie penale prevista dall’art. 416bis del codice penale. Dimostrazione di ciò sono le condanne, anche molto severe, che hanno colpito alcune donne che hanno svolto ruoli importanti all’interno dell’organizzazione”.
Nella sua carriera ha scelto anche la via della scrittura per raccontare la ’ndrangheta da una prospettiva nuova, non solo giuridica. Quanto è importante oggi che i magistrati, oltre a fare indagini, si espongano pubblicamente per creare consapevolezza, soprattutto tra i giovani?
“Posso dire che, per quanto mi riguarda, dopo diversi anni di svolgimento della professione di magistrato, ho maturato la convinzione che avrei potuto spendermi anche per una azione di tipo preventivo. Il magistrato non ha questo compito, il magistrato penale interviene quando un fatto reato è già stato commesso e, se svolge la funzione inquirente, ha il compito di avviare le indagini dirette ad individuare i responsabili. Ho pensato che la mia esperienza, portata a conoscenza dei giovani, avrebbe potuto aiutarli ad acquisire consapevolezza circa un fenomeno, quello ‘ndranghetista, che funesta questa regione e che provoca gravi danni soprattutto alle nuove generazioni, costrette ad abbandonarla per poter trovare opportunità e un futuro di vita”.
Ogni volta che la magistratura antimafia tocca i poteri forti, soprattutto quelli collusi con la zona grigia, riemerge l’arma della delegittimazione, spesso subdola, talvolta feroce. È una strategia vecchia come il cucco, eppure sempre efficace nel seminare il dubbio. Come giudica questo clima e che effetti può avere sull’opinione pubblica e sulla tenuta democratica?
“La delegittimazione della magistratura, in particolare di quella antimafia, è spesso utilizzata come strumento di difesa preventiva o di reazione, di attacco da parte di chi è coinvolto nelle indagini. Quando un organo costituzionale come la magistratura viene delegittimato, gli effetti sull’opinione pubblica possono essere molto gravi, creando confusione e sfiducia, provocando un pericoloso allontanamento dalle istituzioni, e, in contesti già segnati da precarietà e disagio sociale, il discredito verso la magistratura può tradursi, al contrario, nella legittimazione del potere mafioso, riconosciuto come “valida alternativa” allo Stato. Sul piano democratico, poi, l’indebolimento della magistratura come potere autonomo e di controllo rappresenta una seria minaccia all’equilibrio tra i poteri dello Stato. Attaccare la magistratura antimafia significa mettere in discussione non solo le indagini portate avanti da quel singolo magistrato, ma, più in generale, la validità del contrasto alle mafie. Si tratta di una segnale allarmante per la salute della democrazia. È allora fondamentale, io credo, che l’informazione libera rifiuti quelle narrazioni false e strumentali in difesa della verità”.









