Dal 2014 al 2024, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, grazie al lavoro sinergico del suo pool di magistrati antimafia e alla collaborazione fondamentale con le procure ordinarie di territorio – come quella di Lamezia Terme, guidata negli ultimi otto anni da Salvatore Curcio (oggi a capo della Dda), e quella di Vibo Valentia, diretta da Camillo Falvo (da sostituto procuratore antimafia a Catanzaro ha iniziato a scrivere la maxi inchiesta Rinascita-Scott) – ha messo in atto la più vasta offensiva giudiziaria contro la ’ndrangheta mai vista in Calabria.
L’assedio giudiziario alla ’ndrangheta
Maxi-processi come Stige, Rinascita-Scott, Imponimento, Basso Profilo, Farmabusiness, Maestrale-Carthago e Petrolmafie-Dedalo hanno colpito non solo i vertici delle cosche, ma anche la cosiddetta zona grigia: politici, funzionari, imprenditori, professionisti.
Una macchina della giustizia poderosa, capace di imbastire processi con centinaia di imputati, migliaia di intercettazioni, decine di collaboratori di giustizia e migliaia di pagine di atti. Il risultato? Un misto di condanne pesantissime, assoluzioni clamorose, e un sistema di potere messo a nudo. Ma anche una battaglia legale ed etica contro un vento politico e normativo che ha provato a depotenziare l’intera impalcatura accusatoria.
I numeri dei maxi-processi alla ‘ndrangheta
Nel processo Stige, 169 imputati, 103 assoluzioni e 66 condanne con pene pesantissime a capi e luogotenenti della cosca Farao-Marincola. Nel mastodontico Rinascita-Scott, con 338 imputati, ci sono state 207 condanne e 131 assoluzioni. Più di 2000 anni di carcere in totale. Numeri che pesano.
Imponimento: 147 imputati, tra rito abbreviato e ordinario, con oltre 110 condanne. Basso Profilo: 47 condanne, ma anche alcune assoluzioni eccellenti. In Farmabusiness 14 imputati hanno ricevuto pesanti condanne parzialmente “offuscate” dalla doppia assoluzione con formula piena (primo grado e appello) di Mimmo Tallini. In Maestrale-Carthago, quasi il 50% assolto nel troncone abbreviato in primo grado (il processo con rito ordinario è ancora in corso) ma anche qui riconosciuta l’esistenza e l’operatività dei locali di ’ndrangheta nel Vibonese.
Petrolmafie-Dedalo, infine, ha messo sotto accusa oltre 90 soggetti, svelando un sistema sofisticato di riciclaggio e evasione fiscale legato al traffico illecito di carburante, con collegamenti diretti tra clan, imprenditoria e colletti bianchi. Anche in questo caso: decine di condanne, ma anche assoluzioni, soprattutto nella fascia grigia dell’establishment economico. Nella maggior parte dei casi si è concluso solo il primo tempo ma la strada è stata tracciata e il pressing della Dda di Catanzaro prosegue senza sosta.
La Riforma Cartabia e il sabotaggio della lotta alla mafia
Mentre la magistratura antimafia combatte in aula con le prove, la politica cambia le regole del gioco. La Riforma Cartabia ha introdotto la improcedibilità in appello, che rischia di far crollare processi complessi per meri motivi procedurali. Già oggi alcune impugnazioni contro assoluzioni eccellenti sono state abbandonate per evitare lo sforamento dei termini.
L’abuso d’ufficio è stato cancellato, il traffico di influenze è stato riformulato in modo da renderne quasi impossibile la prova. Reati-fine fondamentali per colpire la zona grigia ora non esistono più o sono inservibili. Non è un caso che molte accuse a politici e dirigenti si siano sbriciolate nei processi non perché infondate, ma perché abolite a giochi in corso.
La lezione dei maxi processi e di… Borsellino
Chi oggi parla di “processi flop” perché ci sono state assoluzioni dimentica un principio basilare del diritto: l’assoluzione è un fatto processuale, non ontologico. In alcuni casi non significa necessariamente che il fatto non sia accaduto, ma solo che non è stato possibile provarlo oltre ogni ragionevole dubbio.
Molti dei protagonisti assolti erano stati intercettati, filmati, citati nei racconti dei pentiti. Ma la prova piena, in assenza di un reato contestabile, è altra cosa. La verità giudiziaria si ferma dove si ferma la norma. E se la norma viene modificata mentre il processo è in corso, è la verità processuale a farne le spese.
Lo aveva spiegato bene Paolo Borsellino nel suo memorabile intervento a Bassano del Grappa nel 1989: “Quando un giudice assolve, spesso lo fa per insufficienza di prove, non perché il fatto non sia accaduto. Ma nella società si confonde l’assoluzione con l’innocenza. È una delle più grandi ipocrisie del nostro tempo.” E ancora: “La verità giudiziaria ha le sue regole. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono verità che restano fuori dal processo solo perché la prova non ha potuto superare la barriera dell’articolo 530 del codice.” Un monito attualissimo, oggi più che mai, in una stagione in cui troppe verità restano fuori dalle aule. Non perché false. Ma perché depotenziate, scoraggiate, disinnescate.
Assoluzioni nei maxi-processi: la storia racconta la verità
Chi grida allo scandalo per le assoluzioni nei maxi-processi catanzarese finge di non sapere che si tratta di una dinamica fisiologica nei grandi procedimenti antimafia. Una dato oggettivo frutto di una dettagliata ricerca basata su fonti, documenti e atti di natura giudiziaria che smaschera la propaganda montata ad arte per delegittimare il lavoro della Dda di Catanzaro
Nel Maxi-processo di Palermo (1986), celebrato da Falcone e Borsellino, su 475 imputati, 114 furono assolti in primo grado: quasi il 25%. Nel processo Spartacus ai Casalesi (1998-2010), su circa 130 imputati principali, oltre 40 furono assolti o prosciolti. In Aemilia (2015), contro la ’ndrangheta in Emilia-Romagna, oltre il 30% degli imputati in rito ordinario fu assolto o vide crollare l’accusa principale. Anche nel processo Minotauro a Torino, contro la ‘ndrangheta al Nord, il tasso di assoluzioni si è aggirato attorno al 35%. E nel maxi-processo Crimine a Reggio Calabria, celebrato nel 2010, le assoluzioni superarono il 30% nel troncone ordinario.
Il dato medio di assoluzione nei maxi-processi si attesta quindi tra il 25% e il 40%, salendo oltre il 50% quando entrano in gioco zone grigie, reati-fine sfumati, collaborazioni istituzionali e presunti concorsi esterni. È la natura stessa di questi procedimenti a generare esiti complessi e articolati. In sintesi: nessun maxi-processo è stato un flop totale, anzi quasi tutti hanno portato in carcere decine se non centinaia di mafiosi. Tuttavia, più si allarga il tiro, più aumenta la quota di non provato.
Catanzaro, in questo quadro, non solo non rappresenta un’anomalia, ma è perfettamente allineata agli standard nazionali: semmai, ha avuto avuto il coraggio di mettere sotto processo l’intero sistema. Proprio come sta facendo oggi la Procura di Milano guidata da Marcello Viola. E questo ha un prezzo, anche processuale. Ma senza quel coraggio, molte verità non verrebbero mai alla luce.
Il confronto con Reggio e l’Italia: la verità dei numeri
Rispetto a Reggio Calabria, dove i maxi-processi sono stati più contenuti e mirati (Crimine, Meta, Gotha), Catanzaro ha scelto una linea più ambiziosa: colpire l’intero sistema, dai boss al politico. Un approccio più rischioso, ma più veritiero. I numeri non mentono: centinaia di condannati, decine di cosche decapitate, un sistema che è stato raccontato in tutta la sua profondità.
E il confronto con i maxi-processi storici in Italia (Palermo, Spartacus, Aemilia) mostra che il tasso di condanne a Catanzaro è perfettamente in linea. La differenza? È che oggi il clima culturale è più tiepido. Allora, dopo il maxi-processo di Falcone e Borsellino, lo Stato era tutto con i magistrati. Oggi, spesso, lo Stato è in imbarazzo.
L’importanza pedagogica dei maxi-processi
Maxi-processi come quelli di Catanzaro o Reggio, e ancor prima Palermo e Casal di Principe, hanno mostrato similitudini: tutti poggiano su un lavoro investigativo monumentale, su una visione “sistemica” del fenomeno mafioso, sull’impiego di strumenti speciali (dalla figura del pentito alla cooperazione internazionale fino alle sofisticate tecnologie d’intercettazione). E hanno mostrato differenze dovute al contesto e alle scelte strategiche: c’è il maxi “chirurgico” (mirato solo ai mafiosi, più facile da chiudere con condanne unanimi) e il maxi “onnivoro” (che porta in tribunale l’intero sistema, più difficile ma potenzialmente più incisivo in termini di verità svelata). L’esperienza degli ultimi 50 anni insegna che nessuna grande organizzazione mafiosa è invulnerabile di fronte alla giustizia: con pazienza e coraggio si possono imbastire processi anche contro centinaia di imputati e ottenere condanne esemplari.
Falcone diceva: “Per vincere la mafia non servono gesti eclatanti, serve fare fino in fondo il proprio dovere”. I maxi-processi sono l’espressione di questo dovere portato fino in fondo – lunghe maratone giudiziarie che, malgrado inciampi e “assoluzioni eccellenti”, hanno cambiato il volto del rapporto tra Stato e antimafia. E se oggi i capi della ’ndrangheta siedono sul banco degli imputati invece che nei salotti “che contano”, lo si deve anche a queste grandi inchieste collettive che hanno tolto loro l’ombra dell’ignoto, illuminandone crimini e connivenze davanti agli occhi della collettività.
Il nodo dimenticato: la carcerazione preventiva
C’è una questione, tuttavia, che nessuno vuole affrontare, e non riguarda la Dda, ma il legislatore: la carcerazione preventiva. Molti degli imputati poi assolti sono rimasti mesi, talvolta anni, in custodia cautelare. Non perché i magistrati abbiano abusato dello strumento, ma perché la legge permette misure restrittive sulla base di indizi gravi, in assenza di condanna.
Serve una riforma urgente: non per depotenziare l’azione della magistratura, ma per dotare il sistema di garanzie ex post. Perché chi viene assolto non può essere abbandonato, perché la detenzione preventiva non può trasformarsi in una pena anticipata.
Chi difende lo Stato di diritto non può accettare che l’unica risposta sia l’oblio o un risarcimento tardivo. La riforma vera e giusta non è quella che svuota i reati, ma quella che prevede giustizia per chi esce assolto dopo anni di carcere ma anche per dare risposte alle vittime di reato, spesso le parti dimenticate dal processo. Anche il loro dolore merita giustizia.









