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4 Marzo 2026
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Maxi processo Maestrale, parte la requisitoria: la Dda di Catanzaro ricostruisce 40 anni di ‘ndrangheta a Mileto

Entra nella fase decisiva il procedimento contro le cosche vibonesi. In aula il pm Andrea Buzzelli ha ripercorso le faide tra gruppi rivali, dagli anni ’80 agli omicidi del 2013, evidenziando il ruolo egemone del clan Mancuso

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Dopo svariate decine di udienze dibattimentali, il processo “Maestrale-Olimpo-Imperium”, che vede alla sbarra presunti appartenenti e fiancheggiatori dei clan del Vibonese, entra nella sua fase decisiva. Ieri pomeriggio davanti al Collegio presieduto dal giudice Rossella Maiorana ha preso il via la requisitoria della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, con l’intervento del pm Andrea Buzzelli, che nelle prossime udienze si alternerà con i colleghi dell’accusa. La discussione proseguirà già nella giornata odierna con la pm Anna Maria Frustaci.

Il richiamo a Falcone e la visione unitaria della mafia

Aprendo il suo intervento, Buzzelli ha scelto di partire da un “déjà-vu” giudiziario, citando le parole del giudice Giovanni Falcone, già richiamate in aula dal collega Alessandro De Bernardo durante la requisitoria del processo Rinascita-Scott. Secondo Falcone, ricordato dal pm, non ha senso parlare di una “mafia delle estorsioni” o di una “mafia degli appalti o della droga“, perché il fenomeno mafioso deve essere letto nella sua dimensione complessiva e unitaria. Solo in questa prospettiva globale è possibile comprendere davvero le strategie e le articolazioni del potere mafioso.

Un passaggio che, nelle parole dell’accusa, serve a spiegare anche l’impostazione dell’inchiesta Maestrale, che – come già accaduto in Rinascita-Scott – avrebbe fotografato un’organizzazione che si muove secondo regole condivise, fondate su una struttura riconoscibile e su una piattaforma comune di potere criminale. Il sistema, secondo la ricostruzione della Dda, garantirebbe a chi vi aderisce proiezione e credibilità criminale, ma richiede allo stesso tempo fedeltà e disponibilità a mettere le proprie attività al servizio dell’organizzazione.

“Uno solo deve comandare”: il principio dell’esclusività mafiosa

Nel corso della requisitoria Buzzelli ha poi chiesto ai giudici di “soppesare ogni singola condotta“, sottolineando come l’unitarietà della ’ndrangheta vibonese rappresenti un dato ormai consolidato anche sul piano giudiziario. Un aspetto che, secondo l’accusa, trova conferma in numerose sentenze, tra cui quella del processo “Il Crimine”, che ha accertato l’esistenza di una struttura organizzativa fondata su regole comuni tra le diverse locali di ’ndrangheta. Per funzionare, ha spiegato il pm, questo sistema richiede esclusività territoriale: in ogni area deve esserci un solo gruppo dominante, riconosciuto sia all’interno della comunità criminale locale sia dai vertici delle altre cosche.

La locale di Mileto e la regia dei Mancuso

La prima parte della requisitoria si è poi concentrata sulla locale di ’ndrangheta di Mileto, articolata – secondo la ricostruzione dell’accusa – in quattro diverse entità tra il centro cittadino e le frazioni. Buzzelli ha spiegato come l’indagine che ha portato all’operazione Maestrale abbia preso le mosse da due omicidi avvenuti nell’estate del 2013: quello di Giuseppe Mesiano, ucciso nel luglio di quell’anno, e la successiva risposta dei rivali con l’assassinio di Angelo Corigliano nell’agosto successivo.

Da quei delitti, ha ricordato il pm, gli investigatori sono riusciti a ricostruire quarant’anni di storia criminale della locale di Mileto, individuando il ruolo di influenza esercitato dal clan Mancuso di Limbadi, considerato il vertice egemone della ’ndrangheta vibonese.

Quarant’anni di sangue tra alleanze e faide

La ricostruzione dell’accusa è tornata indietro fino agli anni Ottanta, quando nel territorio di Mileto si consumò una lunga guerra di mafia. Da un lato il gruppo dei Galati, guidato da Salvatore Galati e sostenuto dalla potente cosca Piromalli-Molè di Gioia Tauro; dall’altro il fronte formato da Pititto, Prostamo e Iannello, appoggiato dal clan Mancuso, in particolare dall’ala riconducibile a Giuseppe Mancuso detto “Peppe ’Mbrogghjia”.

Secondo la ricostruzione illustrata in aula, il conflitto avrebbe generato una lunga scia di sangue che ha segnato per decenni gli equilibri criminali della zona. Tra le vittime ricordate dal pm figurano Domenico Galati, Giuseppe Prostamo e Giuseppe Iannello, fino agli omicidi più recenti di Mesiano e Corigliano. Una stagione di violenza che, sempre secondo l’accusa, avrebbe portato anche alla progressiva eliminazione della famiglia Evolo, alleata dei Galati, fino alla successiva ascesa di Michele Galati, figlio di Salvatore.

La requisitoria continua

La requisitoria della Dda di Catanzaro proseguirà nelle prossime udienze del processo Maestrale-Olimpo-Imperium, con l’intervento degli altri due pubblici ministeri del pool antimafia. Già oggi sarà la volta della pm Anna Maria Frustaci, chiamata a proseguire la ricostruzione dell’accusa davanti al Collegio giudicante, in una fase che porterà il maxi processo contro i clan del Vibonese sempre più vicino alla sua conclusione.

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