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4 Aprile 2026
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‘Ndrangheta a Lamezia, colpo al clan Iannazzo: 8 misure cautelari e 12 indagati (NOMI-VIDEO)

Smantellato il nuovo assetto operativo della cosca Iannazzo, che dopo la decimazione subita con l’operazione Andromeda aveva tentato di ricostruire la propria rete criminale. In carcere finiscono sei persone, due ai domiciliari

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Un clan decimato, ma tutt’altro che estinto. La cosca Iannazzo, storicamente radicata a Lamezia Terme, torna nell’inchiesta della Dda di Catanzaro come protagonista di una nuova fase di riorganizzazione mafiosa, dopo i colpi subiti negli ultimi anni.
L’operazione “Andromeda” del 2015 e quella del 2017 avevano lasciato il gruppo mafioso in ginocchio. Ma tra giudicati penali, boss detenuti e condanne definitive, la macchina si è rimessa in moto. E a farlo non sono stati uomini armati, ma figure insospettabili: la moglie del capocosca e un fedele gregario mai toccato dalle precedenti inchieste.

Tutti i nomi degli indagati

Gli indagati sono complessivamente dodici, di cui otto cautelati. Si tratta di Francesco Amantea, inteso Franco, 69 anni di Lamezia; Mario Gattini, 50 anni di Lamezia; Antonio Iannazzo detto Mastru ‘Ntoni, 68 anni di Lamezia; Deborah Iannazzo 39 anni di Lamezia; Emanuele Iannazzo 44 anni di Lamezia; Francesco Iannazzo detto U Cafarone 70 anni di Lamezia; Francesco Antonio Iannazzo 33 anni di Lamezia; Pierdomenico Iannazzo 46 anni di Lamezia; Vincenzo Iannazzo 35 anni di Lamezia; Luigi Notarianni 43 anni di Lamezia; Giovannina Rizzo 70 anni di Lamezia, Giuseppe Ruffo 35 anni di Cropani.

I nomi di chi va in carcere

Disposta la misura cautelare in carcere nei confronti di Francesco Amantea, Antonio Iannazzo, Francesco Iannazzo, Pierdomenico Iannazzo, Vincenzo Iannazzo, Giovannina Rizzo.

Vanno ai domiciliari

Vanno ai domiciliari Emanuele Iannazzo e Giuseppe Ruffo

La rete occulta tra Sambiase e Sant’Eufemia

Secondo quanto emerso dalle indagini – condotte dal Nucleo Investigativo di Lamezia Terme tra il 2020 e il 2023 – il clan ha continuato a esercitare controllo del territorio, anche in composizione ridotta, grazie a una fitta rete di intestazioni fittizie, attività imprenditoriali di facciata e estorsioni sistematiche. Le aree di influenza: i quartieri Sambiase, Sant’Eufemia e la zona industriale di Lamezia. I proventi? Utilizzati per sostenere i detenuti, coprire le spese legali e mantenere in piedi il “programma sociale” della cosca.

Tra gli episodi contestati: una tentata estorsione a un imprenditore edile che aveva appena acquistato un capannone industriale, un recupero crediti mafioso per oltre 2.150 euro, con minacce dirette e il richiamo esplicito al nome della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte.

Una società di autonoleggio come bancomat del clan

Nel mirino della Procura di Catanzaro anche una società di autonoleggio situata nei pressi dell’aeroporto. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’attività era formalmente intestata a un prestanome, ma gestita in modo occulto dalla moglie del boss, coadiuvata da altri soggetti di fiducia. Ogni mese, i dividendi dell’impresa sarebbero stati riscossi direttamente dagli esponenti del clan, che così aggiravano le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali. Tra i beni sequestrati anche 7.820 euro in contanti, considerati frutto delle attività illecite.

Comunicazioni dal carcere con cellulari nascosti

Non mancavano nemmeno le comunicazioni dall’interno delle carceri: il figlio del boss, secondo quanto emerge dal fascicolo, sarebbe riuscito a impartire direttive dall’interno della cella, utilizzando un dispositivo occultato. Un elemento che dimostra come, anche in stato detentivo, i clan possano continuare a influenzare la gestione del potere mafioso sul territorio.

Clan senza esercito, ma con contabilità aggiornata

Quella dei nuovi Iannazzo – secondo l’accusa – era una criminalità che aveva cambiato pelle: meno kalashnikov, più Partite Iva, meno faide, più fatture, meno latitanze, più simulazioni patrimoniali. Ma dietro la maschera dell’impresa c’era ancora la stessa logica mafiosa: estorsione, intimidazione, controllo sociale. L’operazione, conclusasi con 8 misure cautelari (6 in carcere, 2 domiciliari), conferma che la ‘ndrangheta non scompare: si riorganizza, si adatta, e prova a sopravvivere anche con pochi uomini ma idee molto chiare su come reinvestire. Ora toccherà alla giustizia – nel rispetto della presunzione di innocenza e dei tempi delle indagini preliminari – accertare i fatti.

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