Pene che vanno dai 2 anni e 8 mesi ai 18 anni di carcere, con il risarcimento di 2 milioni di euro al Comune di Milano per i danni patrimoniali e d’immagine. E’ questa la sentenza per nove imputati accusati di far parte della ‘ndrangheta che ha operato nella movida milanese, infiltrandosi nel settore della ristorazione e dei locali. Tra gli accusati, il presunto boss Salvatore Giacobbe, i suoi figli Angelino e Vincenzino, e Agostino Cappellacci, considerato vicino alla potente famiglia di Gioia Tauro. La decisione è stata presa dal giudice per le udienze preliminari di Milano, Daniela Cardamone, al termine di un processo che ha visto l’accusa rappresentata dalla pm Silvia Bonardi della Dda milanese.
L’organizzazione mafiosa e i ruoli del clan Piromalli
L’indagine ha permesso di ricostruire l’organizzazione della cosca, con il capo Salvatore Giacobbe, 72 anni, che gestiva i rapporti con la “casa madre” di Girolamo Piromalli (non coinvolto in questa indagine) e distribuiva i compiti tra i membri della famiglia. Tra questi, Angelino Giacobbe è stato condannato a 13 anni, Vincenzino Giacobbe a 10 anni e 4 mesi, e altri membri come Giovanni Caridi e Livio Pintus sono stati condannati a 10 anni e 8 mesi ciascuno. Questi ultimi erano incaricati principalmente del recupero crediti per conto del clan.
Le infiltrazioni nel cuore della movida milanese
Secondo le ricostruzioni, la cosca Piromalli ha cercato di espandere il suo potere nella capitale economica italiana, infiltrandosi in attività commerciali nella zona di Isola, uno dei quartieri più vivaci e frequentati di Milano. Il clan si è concentrato sul controllo di locali e ristoranti all’interno del Mercato comunale di via Borsieri e altri punti della città.
I beni sequestrati e le accuse di associazione mafiosa
In seguito alla condanna, sono stati sequestrati beni, tra cui immobili in Mantova, Lecco e Gioia Tauro, e due orologi di valore pari a 57 mila euro. Inoltre, sono state confiscate le quote delle società gestite dal clan e sono stati messi sotto controllo i locali d’affari a Milano, che sono stati in gran parte affidati a un amministratore giudiziario.
Le accuse contro i membri della cosca Piromalli comprendono l’associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni e traffico illecito di rifiuti, con un focus particolare sul tentativo di controllo del mercato alimentare milanese e il recupero crediti per favorire le loro attività illegali.









