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4 Marzo 2026
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’Ndrangheta, smantellata rete fiancheggiatori del latitante Occhiuzzi: sette arresti. Ecco chi sono (NOMI)

Cibo, alloggi, denaro e comunicazioni all’esterno: così una rete di appoggi avrebbe sostenuto la latitanza per oltre due anni. La Dda di Catanzaro ricostruisce ruoli e responsabilità

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Sette persone sono state arrestate nel Cosentino con l’accusa di favoreggiamento nei confronti del latitante Luca Occhiuzzi, ricercato dal settembre 2022. L’operazione, condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Cosenza e supportata da unità speciali, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.

La latitanza di Occhiuzzi e il tentato omicidio del 2021

Occhiuzzi era ricercato dal 15 settembre 2022 in quanto destinatario di una misura cautelare in carcere per tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso, risalente al giugno 2021. La vittima era un addetto alla sicurezza di un locale notturno di Belvedere Marittimo, che si era opposto a una presunta estorsione consistente nella pretesa di consumare bevande senza pagare.

L’indagine, combinando attività tecniche e tradizionali, ha permesso di individuare Occhiuzzi a Cetraro il 15 febbraio 2025, ponendo fine a oltre due anni di latitanza.

La rete di fiancheggiatori: cibo, supporto e rifugi

Gli arrestati – Alessandra Iorio, Giulia Marino, Agostino Iacovo, Vincenzo Bevacqua, Francesco Occhiuzzi, Marco Piazza e Catia Tusa – avrebbero garantito a Occhiuzzi sostegno materiale, economico e morale. Secondo l’accusa, i fiancheggiatori portavano beni alimentari, somme di denaro e altri beni al latitante, veicolavano comunicazioni verso l’esterno e gli fornivano rifugi sicuri, anche in appartamenti già utilizzati in precedenza.

In particolare, due donne legate sentimentalmente a Occhiuzzi hanno messo a disposizione immobili e garantito assistenza continua, assicurandosi di non farsi scoprire durante le consegne.

Collegamenti con le cosche locali

Secondo i pm della Dda di Catanzaro, Luca Occhiuzzi faceva riferimento alla cosca di ‘ndrangheta cetrarese legata a Giuseppe Scornaienchi, operando con il “benestare” del clan Muto di Cetraro. L’indagine ha dimostrato come la rete di fiancheggiatori sia stata fondamentale per garantire la latitanza del ricercato, permettendo la sua sopravvivenza e mobilità fino al momento dell’arresto.

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