Nuovi guai per l’imprenditore Paolo Paoletti, titolare degli omonimi supermercati condannato a 7 anni, 9 mesi, 10 giorni di reclusione più il pagamento di 4.733 di multa nel processo Ergon (LEGGI), scaturito da un’inchiesta della Procura di Catanzaro, che ha portato la Guardia di finanza ad eseguire il 29 ottobre dello scorso anno 5 misure cautelari, disposte dal gip Luca Bonifacio, nell’ambito dell’inchiesta che ruota intorno alla gestione illecita dei supermercati Paoletti nel Catanzarese.
Dai domiciliari di nuovo in cella
Durante il processo il gup aveva accolto i domiciliari, dopo aver ascoltato le dichiarazioni spontanee dell’imprenditore che ha ammesso le sue responsabilità, precisando che il suo modus operandi era direttamente correlato ad una crisi aziendale: “ho comunque ho dato da mangiare a cento famiglie, mi sono trovato in difficoltà economiche con la società in un momento di non facile gestione”. Per lui il gup Mario Santoemma aveva stabilito in luogo del carcere gli arresti domiciliari a Soverato con braccialetto elettronico, un affievolimento delle esigenze cautelari dovuto alla scelta del rito alternativo e al fatto che il quadro probatorio era cristallizzato e non c’era il pericolo di inquinamento delle prove. Ma adesso per Paoletti si sono aperte di nuovo le porte del carcere per violazione delle prescrizioni imposte durante i domiciliari. Avrebbe parlato “con alcuni fedelissimi” dal balcone di casa e la Guardia di finanza lo ha arrestato. Sono in corso perquisizioni.
Il dominus
Secondo le ipotesi di accusa, che hanno retto in primo grado, all’interno di un’organizzazione con compiti ben delineati, Paoletti avrebbe svolto il ruolo di dominus, sarebbe stato colui che avrebbe supervisionato e diretto l’attività di tutta l’associazione, incamerando il profitto dei reati, effettuando in prima persona i colloqui per le assunzioni dei lavoratori. Avrebbe imposto e dettato le condizioni di sfruttamento, impartito ai direttori dei singoli punti vendita le disposizioni sui turni di servizio e sulle ferie dei dipendenti, decidendo la tipologia di contratto da utilizzare nell’assunzione di ogni singolo lavoratore. Sempre secondo l’impianto accusatorio avrebbe coordinato l’attività dei suoi bracci destri nel redarre falsi contratti con buste paghe che avrebbero mascherato le reali condizioni dei lavoratori, costringendo i dipendenti che subivano infortuni nel luogo di lavoro a dichiarare il falso.









