6 Ottobre 2026
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Omicidio Di Cicco nel Crotonese: ribaltata in appello la condanna a trent’anni per Giuseppe Spagnolo

La Corte d'Assise d'Appello di Catanzaro ha assolto il 57enne, ritenuto esponente di spicco del clan di Cirò, dall'accusa di aver partecipato al delitto commesso nel 2001

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Assolto per non aver commesso il fatto. È questa la decisione emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro nei confronti di Giuseppe Spagnolo, cinquantasettenne ritenuto dagli inquirenti un esponente di spicco del locale di ‘ndrangheta di Cirò. L’uomo era chiamato a rispondere dell’omicidio di Salvatore Di Cicco, trentaquattrenne originario della Sibaritide, ucciso nel settembre del 2001, e in primo grado era stato condannato alla pena di trent’anni di reclusione.
Attualmente, Spagnolo si trova già detenuto per scontare una condanna definitiva a vent’anni maturata nell’ambito del celebre processo “Stige”.

La ricostruzione del delitto e le dichiarazioni dei pentiti

Il caso giudiziario, inizialmente rubricato come un classico episodio di “lupara bianca” poiché il corpo della vittima non è stato mai ritrovato, era stato riaperto grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Nicola Acri e Ciro Nigro.
Secondo l’impianto accusatorio sostenuto dalla Dda di Catanzaro, Di Cicco sarebbe stato eliminato perché ritenuto un confidente delle forze dell’ordine, ormai prossimo a saltare il fosso e a collaborare con la giustizia.
In base al racconto dei pentiti, la vittima sarebbe stata attirata in una trappola il 1° settembre 2001 a Torretta di Crucoli con il pretesto di organizzare un viaggio a Cirò per una compravendita di armi.
Condotto in una zona di campagna nei pressi del fiume Nicà, l’uomo sarebbe stato trucidato a colpi di pistola calibro 38 e il corpo successivamente occultato in una buca scavata con l’ausilio di un escavatore. Nelle rispettive deposizioni, Acri aveva sostenuto che Spagnolo avesse partecipato alla fase preparatoria manifestando l’intenzione di agire in prima persona, mentre Nigro gli aveva attribuito materialmente l’esplosione dei colpi mortali.

Le crepe probatorie e il ribaltamento del verdetto

A ribaltare la sentenza di primo grado — che aveva visto infliggere trent’anni a Spagnolo e sette anni ciascuno ai due collaboratori, i quali avevano scelto di non impugnare il verdetto — sono state le argomentazioni degli avvocati difensori Gregorio Viscomi e Tiziano Saporito. Il collegio difensore è riuscito a evidenziare le divergenze e le discrepanze emerse tra i racconti dei pentiti nella ricostruzione della dinamica del crimine.
I giudici d’appello hanno così accolto la linea difensiva, smontando l’impianto accusatorio a carico di Spagnolo per non aver commesso il fatto. Restano invece definiti altri segmenti giudiziari legati allo stesso fatto di sangue, come la condanna all’ergastolo inflitta nel novembre dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Catanzaro a Rocco Azzaro e Peppe Nicastri, ritenuti vertici delle cosche di Corigliano Rossano e Cirò, giudicati nel troncone con rito ordinario.

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