Un processo indiziario, nel corso del quale non è stato dimostrato, ogni oltre ragionevole dubbio, il movente, l’esecutore materiale del delitto, fondato essenzialmente sulle dichiarazioni inattendibili dei collaboratori di giustizia, che riferiscono fatti de relato, per sentito dire, non riscontrati, fornendo versioni a volte illogiche e non collimanti tra loro. La Corte di Assise e Appello di Catanzaro, presidente Antonio Battaglia, a latere Barbara Saccà, chiamata a pronunciarsi in seguito l’annullamento con rinvio dei giudici di Piazza Cavour, spiega i motivi, del verdetto assolutorio “per non aver commesso il fatto”, dopo quattro gradi di giudizio, di Peppino Daponte, 65 anni di Lamezia, (codifeso dagli avvocati Salvatore Staiano, Vincenzo Cicino e Renzo Andricciola) accusato dell’omicidio aggravato dalle modalità mafiose di Pietro Bucchino, il 32enne raggiunto da cinque colpi di pistola calibro 38 la notte del 10 novembre 2003 in località Savutano, frazione di Sambiase nel Comune di Lamezia Terme (LEGGI).
“Smentite le dichiarazioni di Vescio”
Matteo Vescio ha affermato che l’imputato, vicino alla cosca Iannazzo si occupava di estorsioni e di aver appreso dell’omicidio Bucchino dal teste Cosimo Berlingieri, che avrebbe indicato nell’imputato Daponte l’esecutore materiale, riferendo che Berlingieri era affiliato alla sua stessa consorteria criminale, affermazione però smentita documentalmente: “Berlingieri non è stato attinto né da misure cautelari, né condannato per associazione mafiosa”, individuando il movente nel furto ai danni un azienda agricola. Sentito in aula, questi ha sostanzialmente smentito il narrato di Vescio, eccetto per aver dichiarato di essere stato in passato suo amico e del possibile movente, il furto dei trattori che gli erano stati restituiti dopo solo tre giorni e di sapere che a compierlo fossero stati i rom. Berlingieri, ha riconosciuto di aver parlato con Vescio dell’omicidio, ridimensionandone la portata delle dichiarazioni, dicendo che lui aveva espresso un’idea di tutto quello che era successo avanzando un’ipotesi: “Chissà, è stata questa persona”, ma non di aver saputo da Daponte che fosse stato lui a ucciderlo.
Per i giudici, tra l’altro, non si può ritenere che Berlingeri avesse uno spessore criminale ‘ndranghetistico o che si collocasse nelle alte sfere delinquenziali, era dedito alla commissione di reati in materia di stupefacenti e contro il patrimonio “ed è fuori da ogni logica che Daponte potesse confidare ad un estraneo alla consorteria di appartenenza di aver commesso un crimine così efferato per lo più decidendo di affidare una tale confidenza ad uno stretto familiare della vittima nemmeno partecipe alla cosca” con il rischio di esporsi a un possibile “tradimento” da parte del confidente, nonostante sia indiscusso che Berlingieri, per sua stessa ammissione, avesse avuto rapporti “di amicizia” con Vescio.
“Le deduzioni del pentito Pulice”
Passando a Gennaro Pulice, ex santista, ritenuto molto vicino a Daponte, ha riferito di aver appreso dell’omicidio Bucchino dallo stesso imputato, che avrebbe ammesso al sodale di essere stato lui a compierlo, tessendo un tranello, per punire un cane sciolto, che si sottraeva alle regole della ‘ndrangheta, sordo ai moniti già inviatigli dallo stesso Daponte. Dichiarazioni che non trovano alcun riscontro per i giudici della Corte di Assise appello di Catanzaro. Non è stato dimostrato il rapporto confidenziale tra il collaboratore e Daponte, rapporto che avrebbe logicamente consentito di ritenere plausibile la confidenza ricevuta da Pulice sulla commissione dell’omicidio: nessuna segnalazione di frequentazione tra i due è emersa nei vari controlli di polizia di cui egli è stato destinatario. Molto debole il narrato del Pulice a proposito dell’omicidio, in quanto il collaboratore riferisce soltanto della sua esecuzione materiale da parte del Daponte, ricostruendo un movente che, è rimasto indimostrato e di una propria deduzione sul fatto che il Daponte avesse potuto utilizzare la propria calibro 38 per fare fuori il Bucchino, deduzione suggerita dalla conoscenza, che Daponte fosse in possesso di quel tipo di arma.
La versione discordante del collaboratore Michienzi
Inattendibile anche il propalato di Francesco Michienzi, che avrebbe ricevuto le confidenze di Vincenzino Fruci, capo della consorteria a cui il collaboratore apparteneva, il quale pure avrebbe riferito al collaboratore la necessità di punire Bucchino in quanto “cane sciolto”, soprattutto rispetto a un furto compiuto ai danni di un’impresa. Michienzi ha fatto riferimento a due incontri che Fruci avrebbe avuto con l’imprenditore agricolo di cui uno nel corso del quale Fruci avrebbe intimato al Bucchino di restituire i trattori rubati che, per come appreso da appartenenti alla cosca Molè operativa nel territorio reggino, erano stati offerti in vendita da Bucchino. Secondo il narrato del collaboratore, Fruci avrebbe raccomandato ai Molè di non acquistare i trattori da Bucchino, in quanto rubati ad un soggetto destinatario di una protezione mafiosa, il cui comportamento avrebbe potuto scatenare una rivalsa nel contesto delle famiglie di ‘ndrangheta del lametino. Aspetto questo smentito dalla circostanza oggettiva della immediata restituzione dei trattori all’imprenditore, che infatti sarebbe rientrato nel possesso dei suoi automezzi nel giro di poche ore dalla denuncia del furto (circostanza incompatibile con la proposta di vendita dei trattori che avrebbe rivolto il Bucchino ai Molè). Fruci, all’epoca dei fatti, non era considerato partecipe dell’omonima cosca, assolto da questo reato nel processo Imponimento. Michienzi indica come mandante dell’omicidio dapprima lannazzo e poi Daponte, per poi riferire nuovamente di una deliberazione omicidiaria da parte di Vincenzino lannazzo.
“Suggestive le ipotesi sulle piste alternative“
Per la Corte di Assise e appello anche le due piste alternative che coinvolgono altre persone nell’omicidio restano non dimostrate. La prima è che il fratello della vittima, qualche giorno dopo l’omicidio avrebbe incontrato alla stazione Ferroviaria di Lamezia un ispettore di Polizia al quale avrebbe manifestato la volontà di collaborare con la giustizia, animato dalla volontà di far arrestare colui il quale aveva ucciso suo fratello. Il fratello della vittima avrebbe affermato di aver rapporti con un uomo “perché mi aveva delegato dei furti e delle estorsioni e mi doveva dare dei soldi, così come li doveva dare a mio fratello. Allora mi disse un giorno: anziché darti dei soldi ti regalo una pistola”, una calibro 38 che gli consegnò estraendola, insieme ad un’altra pistola dello stesso calibro, dal terreno su cui era collocato un albero di kiwi. Quanto alla pista B, si fa riferimento al furto di un mezzo agricolo ai danni di un imprenditore che pare fosse stato addebitato a Bucchino e per il quale l’imprenditore in questione e i suoi uomini si sarebbero recati nel lametino per uccidere colui il quale era stato considerato l’autore del furto. Piste alternative definite suggestive dai giudici di secondo grado.









