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7 Marzo 2026
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Omicidio di ‘ndrangheta a Lamezia, nuovo processo d’appello. La Cassazione: “Lacune da colmare”

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Tutto da rifare per Peppino Daponte, 63 anni di Lamezia, accusato dell’omicidio aggravato dalle modalità mafiose di Pietro Bucchino, 32enne, raggiunto da cinque colpi di pistola calibro 38 la notte del 10 novembre 2003 in località Savutano, frazione di Sambiase nel Comune di Lamezia Terme. Per lui ci sarà un nuovo processo.

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso degli avvocati  Salvatore Staiano e Vincenzo Cicino, ha annullato con rinvio la sentenza emessa, il 27 ottobre 2022, dai giudici di secondo grado di Catanzaro, i quali hanno confermato la condanna a 30 anni nei confronti dell’imputato, lasciando invariato il verdetto del gup. Per il Supremo collegio ci sono lacune motivazionali da colmare, dal momento che la Corte di assise appello di Catanzaro “non ha adeguatamente vagliato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. A iniziare dal criterio valutativo delle propalazioni dei pentiti Matteo Vescio e Gennaro Pulice che avevano accusato Daponte in base ad altri processi o per sentito dire, attraverso dichiarazioni de relato.

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso degli avvocati  Salvatore Staiano e Vincenzo Cicino, ha annullato con rinvio la sentenza emessa, il 27 ottobre 2022, dai giudici di secondo grado di Catanzaro, i quali hanno confermato la condanna a 30 anni nei confronti dell’imputato, lasciando invariato il verdetto del gup. Per il Supremo collegio ci sono lacune motivazionali da colmare, dal momento che la Corte di assise appello di Catanzaro “non ha adeguatamente vagliato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia”. A iniziare dal criterio valutativo delle propalazioni dei pentiti Matteo Vescio e Gennaro Pulice che avevano accusato Daponte in base ad altri processi o per sentito dire, attraverso dichiarazioni de relato.

“Dichiarazioni generiche dei pentiti”

Vescio  aveva affermato che l’imputato si occupava di estorsioni ed era vicino alla cosca Iannazzo, per come riferitogli da terzi. Il pentito sapeva che a Lamezia comandavano i Iannazzo, ma di fatto non conosceva, né aveva mai incontrato l’imputato. Aveva anche parlato di un’altra fonte, fornendo una “diversa descrizione del fatto relativo all’individuazione del mandante e dell’esecutore, fonte che però non ha mai confermato di aver riferito a Vescio la dinamica e l’autore dell’omicidio, ma aveva detto di aver forse parlato con Vescio dell’omicidio e che aveva saputo di un litigio di Bucchino con Peppino Daponte, senza indicare quest’ultimo quale responsabile dell’omicidio”. A Conclusioni analoghe per la Cassazione si deve pervenire anche nei confronti di Pulice, il quale aveva riferito di aver saputo dallo stesso Daponte della sua responsabilità nell’omicidio, deciso per punire  Bucchino del furto di un trattore ad un’azienda agricola, di cui il titolare poteva godere della protezione della ‘ndrangheta avendo aderito alle loro richieste estorsive”. Trattore ritrovato tre giorni dopo il furto e il titolare della ditta, aveva escluso di aver subito atto estorsivo: “ma- per il Supremo Collegio- non esiste una motivazione pienamente adeguata rispetto agli elementi specifici relativi alla confidenza ricevuta dal collaboratore dal medesimo Daponte. La dichiarazione resa sull’argomento da Pulice è stata ritenuta credibile, in forza della generale valutazione di attendibilità del collaboratore di giustizia, senza fornire un pari approfondimento del contesto e delle modalità specifiche del fatto oggetto della confessione”. Argomenti che andranno approfonditi nel nuovo processo davanti alla Corte d’assise d’appello di Catanzaro, come disposto dalla Corte di cassazione e che inizierà il prossimo 17 giugno.

 Raffica di colpi di pistola

Secondo le ipotesi accusatorie l’imputato, in concorso con altre persone allo stato non identificate, avrebbe esploso una raffica di colpi di pistola all’indirizzo del 32enne, alcuni dei quali lo hanno raggiunto in parti vitali del corpo senza lasciargli scampo. Un delitto, avvenuto tra le 21 e le 23.30 di quel 10 novembre di 18 anni fa e maturato nel quadro di una strategia criminale della cosca confederata Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, volta a mantenere l’incontrastato controllo del territorio sambiasino.

Il movente dell’omicidio

La vittima andava punita, perché avrebbe agito “in maniera autonoma nel settore dei reati contro il patrimonio” in un’ area territoriale sottoposta alla protezione e al controllo estorsivo della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. L’imputato, (coinvolto nell’inchiesta antimafia Andromeda e condannato in appello a 8 anni di reclusione) oltre a rispondere di omicidio aggravato dalle modalità mafiose, è stato condannato per detenzione illegale del revolver calibro 38 usata per il fatto di sangue. “Circostanze aggravate dal metodo mafioso e posti in essere per agevolare l’attività della cosca confederata nell’ottica dell’affermazione del potere incontrastato della famiglia Iannazzo-Cannizzaro-Daponte sul proprio territorio di competenza”.

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