Diversi elementi legano i pentiti Andrea Guarnieri e Sandro Ielapi a doppio filo. Entrambi ex azionisti della cosca Catarisano, con base operativa nel territorio di Roccelletta di Borgia, attiva anche nelle aree limitrofe sotto l’influenza delle locali di ‘ndrangheta di Cutro e Isola Capo Rizzuto. Entrambi diventano collaboratori di giustizia per paura di essere ammazzati. Entrambi rei confessi di un omicidio, avvenuto dieci anni fa e su cui ancora non è stato chiuso il cerchio su mandanti ed esecutori, quello di Domenico Bevilacqua, 56 anni, alias Toro Seduto, capo storico della comunità rom di Catanzaro, ritenuto referente della ‘ndrangheta per lo spaccio di droga e le estorsioni.
Le confessioni nel processo Jonny bis
Un omicidio senza un colpevole, almeno fino a quando i due pentiti chiamati a deporre nel processo Jonny bis, contro capi e gregari del clan Arena, non si sono autoaccusati di essere gli esecutori materiali dell’agguato, avvenuto il 4 giugno 2015 nel quartiere Aranceto, ironia della sorte proprio nella roccaforte di Toro Seduto. Entrambi fanno nome e cognome dei mandanti e tutti e due, su domanda del magistrato della Dda Debora Rizza, spiegano come si sono svolti i fatti, in parte già contenuti nei verbali dell’interrogatorio, ma il nome della vittima condannata a morte era stata omissata.
La versione di Guarnieri
Guarnieri riferisce le fasi del delitto, parla di uno scooterone nero rubato nel quartiere Lido di Catanzaro e portato di peso in un Doblò nel garage di un appartenente alla cosca Abbruzzo-Gualtieri, “perché bisognava cambiare la batteria”. Era quello il motorino usato il giorno del fatto di sangue, guidato da Guarnieri, che stava aspettando in un casolare nei pressi dell’Aranceto il commando di fuoco, mentre Sandro Ielapi con una appartenente della cosca Abbruzzo-Gualtieri controllava i movimenti di Toro Seduto. “Quando l’hanno visto, mi hanno fatto uno squillo in un telefono che avevamo apposta e gli sono andato incontro. Ci siamo recati dove si trovava Toro Seduto, che stava scappando.”
Ielapi lo segue e spara, per poi ritornare indietro, raggiungere Guarnieri, mettersi in moto con lui e andare verso località Fortuna: “C’era una biforcazione, siamo andati verso sinistra, dove si arriva ad una strada poi senza uscita. Lì c’era un burroncino, abbiamo buttato la moto là e noi ce ne siamo scappati a piedi e siamo sbucati dalla parte di Germaneto, dove abbiamo attraversato il Corace, per arrivare a Roccelletta. Ielapi aveva due pistole, una gettata nella Fiumara e l’altra non ricordo se l’ha buttata”.
Il racconto di Ielapi: “Due pistole, l’ho finito con la seconda”
Anche il collaboratore di giustizia Sandro Ielapi parla dell’agguato mortale in videoconferenza nel corso del processo di appello bis, nome in codice Jonny, che si è concluso ieri (LEGGI QUI). “L’omicidio (commissionato dalla cosca Abbruzzo-Gualtieri) l’ho commesso io con Andrea Guarnieri. L’abbiamo organizzato davanti casa di Toro seduto, nella sua zona, all’Aranceto.”
Uno dei mandanti gli ha indicato la persona da ammazzare, “perché io diciamo che fisicamente non ricordavo bene com’era fatto Toro Seduto”.
Nel luogo del crimine, Ielapi è andato con uno dei mandanti in macchina, mentre Guarnieri aspettava a due o trecento metri, alla fine di un ponte, sullo scooter.
“Appena abbiamo visto Toro Seduto siamo andati con Guarnieri. Avevo due pistole, con la prima non ce l’ho fatta a colpirlo e l’ho finito con la seconda pistola. La prima l’ho buttata lì sul luogo dell’omicidio, l’altra me la sono portata dietro e l’abbiamo buttata nel fiume”.
Ielapi sale poi sullo scooter con Guarnieri: “Siamo saliti su una stradina che avevamo già guardato prima e abbiamo buttato il motorino e da lì siamo arrivati a piedi fino a Roccelletta di Borgia.” Racconta di aver provato ad ammazzare Toro Seduto giorni prima: “Guardavo dalle finestre, vedevo se lo potevo ammazzare diciamo dall’esterno della casa, se lui di notte si alzava, che ne so, ad andare al bagno. Un’altra volta, l’ho appostato dove c’è un pezzo di terra che c’erano degli ulivi, però non era fattibile la cosa, quindi l’abbiamo organizzato diversamente, come è stato poi eseguito l’omicidio.”
Un delitto senza movente (ufficiale)
Nessuno dei due collaboratori spiega il movente dell’omicidio del boss del clan degli zingari, che era già scampato ad un agguato il 4 aprile 2005, rimasto gravemente ferito mentre si trovava a Catanzaro Lido. Anche in quell’occasione gli avevano sparato in faccia, fu costretto a sottoporsi a numerosi interventi per la ricostruzione del volto. In questa circostanza Bevilacqua fu sparato perché tentava di rendersi autonomo rispetto alla ‘ndrangheta catanzarese collegata al clan degli Arena di Isola Capo Rizzuto.
Ed è proprio nelle dinamiche tra cosche che la Direzione distrettuale antimafia ancora oggi cerca le ragioni che ne hanno decretato la sua condanna a morte.
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