L’integrità del calcio giovanile e delle serie minori è stata gravemente minacciata da un vasto sistema di frode sportiva, smantellato grazie all’operazione “Penalty”. L’indagine, che ha portato a cinque arresti per associazione a delinquere finalizzata alla frode, ha avuto origine dal coraggio di un arbitro reggino della sezione di Taurianova: Stefano Milone che ha confermato di aver trovato “semplice trovare il coraggio di denunciare” il collega Luigi Catanoso, della sezione AIA di Reggio Calabria, ora arrestato. “Noi arbitri entriamo in campo con la pancia, ma poi ragioniamo con la testa,” ha dichiarato Milone, aggiungendo di essersi sentito “tutelato” e di essere contento che “abbia vinto la legalità” grazie anche agli strumenti di cui la categoria dispone per far rispettare le regole.
L’architettura della frode e i primi sospetti
Dalla denuncia di Milone è partita, dunque, l’inchiesta, condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e dai finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma, che ha svelato un modus operandi preciso e sistematico. Il meccanismo era finalizzato a garantire il verificarsi di specifici pronostici legati alle scommesse, in particolare l’“over” (un numero elevato di gol). Ciò veniva ottenuto attraverso la concessione di rigori spesso inesistenti e l’emissione di espulsioni senza una reale motivazione, con l’obiettivo di condizionare il risultato finale in favore delle squadre più deboli e assicurare così introiti illeciti più elevati. Le indagini sono partite nel gennaio del 2024 in seguito a una segnalazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che aveva rilevato un flusso anomalo di scommesse su un incontro calcistico della categoria Primavera.
Il ruolo centrale di Luigi Catanoso
Secondo l’accusa formulata dalla Procura di Reggio Calabria, un ruolo di primo piano nell’associazione a delinquere era rivestito da un arbitro della Sezione di Reggio Calabria, che operava nelle categorie Primavera, Primavera 2 e Serie C. Quest’ultimo, ora posto agli arresti domiciliari insieme ad altre quattro persone (incluso un arbitro già sospeso dagli organi di giustizia sportiva), avrebbe diretto diversi incontri manipolando attivamente il risultato in modo da farlo convergere verso le scommesse piazzate dai complici.
La rete di corruzione e finanziamento
I magistrati hanno identificato i finanziatori del sodalizio in due imprenditori toscani. Il loro ruolo era cruciale per alimentare il sistema, in particolare per corrompere altri direttori di gara. Dopo essere stato sospeso, l’arbitro reggino avrebbe continuato a operare individuando colleghi designati per singoli incontri, avvicinandoli e offrendo loro somme di denaro per alterare le partite. Tali somme potevano arrivare fino a diecimila euro a partita. Gli altri indagati, oltre a investire i propri capitali, provvedevano a cercare i contatti con i direttori di gara designati. Le decisioni degli arbitri, ovviamente pilotate, avevano un impatto decisivo sull’epilogo delle gare, consentendo agli altri membri dell’associazione di scommettere ingenti somme di denaro e ottenere elevati guadagni.
Il circuito delle scommesse illegali
Per veicolare le giocate, l’associazione utilizzava l’attività di raccolta scommesse in Toscana per piazzare importi rilevanti sulle gare influenzate dai fenomeni corruttivi. Inoltre, si faceva ricorso anche a provider di scommesse esteri che non erano autorizzati a operare nell’ambito dell’Unione Europea, aggirando così i controlli e massimizzando l’opacità delle transazioni.







