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13 Giugno 2026
13 Giugno 2026
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Pericoloso per la Dda ma malato per i medici: Carmelo Barba lascia il carcere. Domiciliari per otto mesi a Vibo

Il 43enne pregiudicato vibonese ottiene la scarcerazione per ragioni di salute. Il Tribunale di Lecce denuncia l’incapacità del sistema penitenziario di garantirgli cure adeguate

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Scarcerato per motivi di salute, nonostante un passato giudiziario pesantissimo. Il Tribunale di Lecce ha accolto l’istanza presentata dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Antonio Porcelli, disponendo per Carmelo Barba, 43 anni, la detenzione domiciliare per otto mesi nella casa di famiglia a Vibo Valentia. Una decisione che arriva dopo mesi di relazioni mediche, richieste inevase e trasferimenti a vuoto in vari istituti penitenziari, dove le cure fisioterapiche necessarie non sono mai state garantite. Il Collegio, presieduto dal giudice Michela De Lecce, non ha potuto che constatare l’“incapacità dell’Amministrazione Penitenziaria di fornire al detenuto le cure di cui ha effettivamente bisogno”.

Il curriculum giudiziario

Il nome di Carmelo Barba, nato a Vibo Valentia nel 1982, compare in decine di fascicoli penali. A suo carico, negli anni, si sono accumulate condanne per estorsione tentata e aggravata, illecita concorrenza con minacce, atti persecutori, oltre a tentato omicidio, porto abusivo di armi, maltrattamenti, evasione e violazioni delle misure di prevenzione antimafia. Un profilo giudicato di “notevole pericolosità sociale” sia dalla Questura di Vibo Valentia sia dalla Dda di Catanzaro, che ha espresso parere contrario alla misura alternativa, richiamando legami familiari e frequentazioni riconducibili a contesti di ’ndrangheta.

Le condizioni di salute

Dietro la decisione del Tribunale di Lecce non c’è un cambio di giudizio sulla pericolosità del detenuto, ma la constatazione che il sistema carcerario non è riuscito a garantire le cure necessarie. Barba lamenta da tempo problemi di salute di natura cronica, che incidono sulla sua mobilità e sulla qualità della vita in carcere. Nonostante ripetute relazioni mediche, i trattamenti terapeutici indicati non sono mai stati eseguiti in modo continuativo. Persino il trasferimento disposto in un altro istituto “per cure fisioterapiche” si è rivelato inutile: come accertato dai sanitari, le terapie non sono mai state concretamente garantite.

La decisione dei giudici

Il Collegio presieduto da Michela De Lecce, con i giudici Edoardo Pellegrino, Simona Capeto e Giordana Maggi, ha accolto l’istanza difensiva. Nelle motivazioni si legge che “Barba ha visto trascorrere vari mesi dovendosi accontentare di tenere sotto controllo il dolore, ma senza ricevere alcun trattamento idoneo e necessario ad incidere sulla causa di quel dolore”.
Secondo il Tribunale, “non serve un’indagine peritale se dalle relazioni dei sanitari emerge senza ombra di dubbio che Barba deve ricevere quei trattamenti terapeutici per stare meglio, che la terapia del dolore è solo un palliativo, e che l’Amministrazione Penitenziaria non è stata in grado di procurarglieli”.

Domiciliari a Vibo, ma con prescrizioni

Barba sconterà la misura nell’abitazione di famiglia, a Vibo Valentia, con controlli affidati alla Questura. Il Tribunale ha fissato otto mesi di detenzione domiciliare, durante i quali il condannato dovrà dimostrare di aver seguito regolarmente i trattamenti prescritti.
Le condizioni sono rigide: non potrà ricevere né frequentare pregiudicati o persone sottoposte a misure di prevenzione, né avere contatti telefonici o via social con soggetti diversi dai conviventi, dai medici curanti e dal difensore.

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